Di Camilla Tettoni
Amor ch’a nullo amato amar perdona
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Il suono di queste terzine rimanda all’immagine dei due cognati amanti, Paolo e Francesca che, come colombe, sono incessantemente trasportati da un forte vento. Puniti nel secondo cerchio infernale, nel girone dei lussuriosi, poiché in vita sottomisero la ragione al talento, al desiderio, ora sono condannati a una pena eterna, ad essere strattonati e scompigliati da un vento senza sosta, metafora della loro passione. Questa è una delle migliaia di terzine a rima incatenata che compongono l’opera principe della nostra Letteratura, compendio completo e approfondito di tutti i saperi del 1300 in poesia: la Commedia di Dante Alighieri. Definita in seguito “Divina” da Giovanni Boccaccio, possiamo a tutti gli effetti considerare la Commedia come un unicum all’interno del nostro patrimonio culturale. Il merito di Dante sta nell’aver dato luce a un manoscritto di immenso valore, avendo creato rappresentazioni che, una volta lette, rimangono fortemente impresse nella nostra memoria. Leggendo i suoi versi possiamo immaginarci vividamente il viaggio intrapreso dal poeta nell’aldilà, per la salvezza individuale e collettiva; Dante personaggio, Dante narratore e Dante uomo si fondono in un una sola entità che, nella sua unicità, rappresenta tutti gli uomini persi nell’oscurità del peccato. Il poeta assume, dunque, dimensioni profetiche: osservando le pene dei dannati nell’Inferno e dei purganti nel Purgatorio, accompagnato dal fedele Virgilio – “tu se’ solo colui da cui tolsi / lo bello stilo che m’ha fatto onore” – giunge nel Paradiso Terrestre dove, una volta purificatosi, intraprende un cammino nei nove cieli che portano all’Empireo, sede dei Santi e della Trinità. Nei 100 canti che compongono la Commedia, descrive incontri memorabili: ai personaggi mitici e alle personalità note alla cronaca locale del tempo si affiancano condottieri valorosi, figure clericali, membri di famiglie importanti dell’epoca. Dante non ha timore di esporre la propria opinione, di rivelare dettagli pietosi o tragici, di andare contro le grandi personalità di allora. Non ci dobbiamo dimenticare, d’altronde, la sua figura di exul immeritus: esiliato perché accusato del reato di baratteria, il poeta è obbligato ad allontanarsi dalla sua città natale, Firenze. Morirà nel 1321 a Ravenna, dove si trovano tuttora le sue esequie. Quest’anno ricorrono i settecento anni dalla sua morte. Oggi, il 25 marzo, si celebra il Dantedì, il giorno di inizio del cammino di Dante nel mondo dell’oltretomba. Notevole nella sua immaginazione, la Commedia è scritta interamente in volgare fiorentino, fondamento della nostra lingua. In volgare è scritta anche un’altra celebre opera giovanile del poeta fiorentino, la Vita Nuova. Tema della Vita Nuova è l’amore per Beatrice, per colei che dona salvezza col solo saluto. Incontrata per la prima volta a nove anni, la sua visione lo accompagnerà per tutta la vita. Il tormento giovanile verrà pian piano sostituito dal desiderio di lodarla infinitamente, continuamente, con una poesia pura e stilnovistica. La prematura scomparsa dell’amata sconvolge profondamente il poeta. Dante scrive nella Vita Nuova che dirà di Beatrice “quel che mai non fue detto d’alcuna”; fino a quando non scriverà un’opera degna della sua santità, Dante non parlerà più di lei. Per questo motivo, quando leggiamo il nome di Beatrice nel secondo canto dell’Inferno, comprendiamo immediatamente l’importanza che la Commedia assume per Dante. Non solo il Sommo sfrutta ogni occasione all’interno della propria opera per rivelare complotti, raccontare ingiustizie, punire dannati contemporanei, ma fa in modo, al tempo stesso, che tutto accada in funzione di Beatrice: è lei che lo salva dalle fiere infernali, chiamando in suo soccorso Virgilio; è lei che lo rimprovera nel giardino dell’Eden, imponendo al poeta di pentirsi per il suo traviamento, avvenuto in seguito alla sua morte; è lei che per prima lo chiama per nome, Dante, facendo risuonare il nome del poeta nella Commedia. Il poeta si innalza di cielo in cielo grazie al sorriso negli occhi di Beatrice. Gli occhi dell’amata, che in vita avevano salvato il corpo di Dante, purificandolo da passioni profane ed elevandolo dalla schiera mortale, ora salvano la sua anima: “e qual io allora vidi / ne li occhi santi amor […]”.
Così tanto si può dire di Dante, a me pare di aver detto così poco. Certamente, ciò che mi è premuto analizzare riguarda l’amore. Punito nei cognati Paolo e Francesca perché adultero, perché carnale; celebrato in Beatrice, perché puro, perché amor di lode. Oggi omaggiamo il genio di Dante, uomo, poeta e politico, ricordando il principio del viaggio nell’aldilà. Se potesse parlare, sarebbe lui stesso a dirci che questa celebrazione non può non andare di pari passo col ricordo della sua amata Beatrice.
