Di Camilla Tettoni
Una generazione che ignora la Storia non ha passato, … né futuro
In questi giorni, quarantatré anni fa, l’onorevole Aldo Moro era prigioniero delle Brigate Rosse. La trattativa di liberazione, andata avanti per quasi due mesi, non andò a buon fine e terminò con l’omicidio del presidente della Democrazia Cristiana (9 maggio 1978). Come era potuto accadere che fosse proprio il “meno implicato di tutti”, come lo definì Pier Paolo Pasolini in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera nel 1975, a diventare il capro espiatorio della classe dirigente di quegli anni? Cosa avrebbe scritto al riguardo Pasolini stesso, ucciso in circostanze poco chiare prima dell’affaire Moro? È necessario fare un passo indietro, e rivedere il contesto di quegli anni. Il 12 dicembre del 1969 venne fatta scoppiare una bomba a Piazza Fontana, a Milano. L’attentato alla stazione di Bologna, avvenuto il 2 agosto del 1980, segna il termine di anni di soprusi, di rapine, sequestri e stragi operati da estremisti di destra e di sinistra. Alla base di questi avvenimenti vi era una profonda debolezza all’interno del sistema democratico italiano: nato in seguito alla dittatura fascista, compito della Repubblica era sancire il termine ultimo dell’estremismo che aveva portato alla rovina dello stato italiano. Eppure, all’interno della democrazia appena nata c’erano molteplici contraddizioni: in primis, il fatto che alcuni dirigenti fascisti fossero stati reinseriti con nuove cariche; in secundis, vi era una grande instabilità. Si pensi che negli anni ’60 furono organizzati diversi colpi di stato (Piano Solo, il golpe Borghese). Questi potrebbero essere definiti gli antefatti degli “anni di piombo”, periodo storico compreso tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’80 del secolo scorso; l’espressione deriva dall’omonimo film della regista tedesca Margarethe Von Trotta, che trattava l’esperienza analoga vissuta nella Germania Ovest. Come afferma lo studioso Giglioli nel saggio All’ordine del giorno è il terrore, il terrorismo non è il contrario della democrazia, è il suo rovescio: laddove la democrazia non riesce a portare avanti le azioni promesse, il terrorista compie azioni che possano ristabilire l’ordine perduto. E con questa affermazione non si vuole giustificare il terrorista, assolutamente: nessun atto violento è giustificabile. Ciò che deve far riflettere è comprendere come nessuno si definisca terrorista, nemmeno gli stessi strateghi di stragi: terrorismo è, nell’accezione comune, “la violenza dell’altro”. Quando pensiamo agli anni ’70, ai vestiti e alla musica che andavano di moda, non dimentichiamoci come era vivere in Italia in quegli anni: ricordiamoci dell’attentato presso il bar Angelo Azzurro, a Torino, quando un corteo mise a ferro e fuoco questo locale credendolo covo di estremisti di destra. Uno studente universitario, Roberto Crescenzio, fermatosi in quel bar per caso, rimase gravemente ustionato. Riuscito ad uscire fuori dal locale, venne fatto sedere su una sedia. Il suo volto ed il suo corpo bruciato, immortalati in immagini strazianti, rimangono dolorosamente impressi. È rimasto ucciso, senza avere colpe: così come era accaduto a Piazza Fontana (la cui risoluzione del caso è ancora aperta, invito ad ascoltare a tal proposito il podcast del giornalista d’inchiesta Alberto Nerazzini, 121269) e come accadrà tre anni dopo a Bologna. Tanti civili innocenti morirono in quegli anni. La generazione dei giovani infelici dai capelli lunghi, scriveva Pasolini, aveva svuotato la storia dai suoi ideali: i ragazzi credevano in un fascismo senza storia. Gli intellettuali di quegli anni si trovarono a doversi confrontare con questi temi. Natalia Ginzburg scrisse Caro Michele (1973), storia di un ragazzo espatriato perché coinvolto in attività eversive. La figura evanescente del giovane è rievocata nelle 37 lettere a lui indirizzate da amici e familiari; morirà ucciso durante un corteo studentesco in Belgio. Si diventa eversivi per cambiare la realtà: è il caso dei terroristi descritti in Nucleo Zero (1981), ad opera di Luce d’Eramo. Romanzo appartenente al genere dell’ucronia, in quanto si basa sulla realtà ma ne cambia i nomi, i connotati, creando una storia fittizia e verosimile, i temi trattati rimandano da vicino alle turbolenze degli anni di piombo: i terroristi del Nucleo Zero, estremisti di sinistra, agiscono nell’ombra, concludono rapine. Il punto focale del libro riguarda il sequestro dell’imprenditore Perrino, compiuto a quattro mani con le Colonne Rosse (alter ego delle BR). L’autrice riporta per filo e per segno i pensieri e le emozioni dei sovversivi, tramite un’immedesimazione funzionale: la psiche dei singoli diventa l’oggettività narrativa. A colpire, nel romanzo, è la capacità di Luce d’Eramo di entrare in profondità nella mente degli estremisti, di riuscire a mettere per iscritto le loro ragioni in anni in cui era facile fraintendere il messaggio alla base del romanzo: l’estrema condanna del terrorismo. Non dobbiamo meravigliarci del coraggio dell’autrice: di famiglia fascista, d’Eramo (appena maggiorenne) si era recata come volontaria in Germania in un campo di lavoro per verificare di persona le voci che giravano riguardo la follia nazista. In seguito a tragici avvenimenti, Luce d’Eramo si trovò rinchiusa nel campo di concentramento di Dachau, da dove riuscì a fuggire. Poco tempo dopo, mentre aiutava dei civili tra le strade di Monaco, dopo il bombardamento, le cadde addosso un muro: questo fatto le costò la paralisi alle gambe. Nemica dell’opinione comune, aveva mostrato coraggio anche prima di Nucleo Zero, pubblicando nel 1974 Cruciverba Politico e schierandosi al fianco dell’amica giornalista Camilla Cederna, che per prima aveva sospettato alcune alterità nel caso Feltrinelli. Infatti, l’editore Giangiacomo Feltrinelli (che ha dato inizio alla celebre casa editrice) era un sovversivo di sinistra: trovato dilaniato nel 1972 nella campagna milanese, si ritenne che fosse rimasto ucciso a causa di un suo stesso errore. Il corpo venne scoperto a Segrate con prove evidenti dell’atto che avrebbe dovuto eseguire: far saltare in aria un traliccio che avrebbe decretato un black out a Milano. Tuttavia, vennero alla luce teorie di un possibile complotto: com’era possibile che il volto fosse rimasto inalterato, non danneggiato dalle bombe esplose, e che in tasca avesse addirittura delle fotografie di famiglia, essenziali per il riconoscimento? Ad oggi non si ha una risposta certa. Riguardo il caso Feltrinelli suggerisco L’Editore (2006), di Nanni Balestrini (avverto i lettori che lo stile avanguardistico di Balestrini è fortemente presente nel libro in questione, scritto integralmente senza punteggiatura).
Dunque, cosa sono gli anni di piombo? Sono anni di lotta armata, di rifiuto della democrazia vigente. Sono anni di terrore per chi li visse. Perché oggi non tutti ricordano l’abominio del terrorismo italiano? L’omicidio dell’onorevole Aldo Moro, di cui parlerò più ampiamente il 9 maggio (in occasione della triste ricorrenza della sua morte) è solo uno dei tantissimi soprusi che accaddero in quegli anni. Si pensi allo stupro di gruppo subito dall’attrice Franca Rame nel 1973, quando fu costretta a salire su un furgoncino da cinque uomini appartenenti all’area dell’estrema destra. Questo tragico avvenimento venne rappresentato più volte a teatro dall’attrice stessa: il suo corpo martoriato diviene quasi la metafora dell’ Italia di quegli anni, abusata profondamente dagli estremismi di sinistra e di destra.
Chi non conosce la Storia è condannato a ripeterla
