Di Camilla Tettoni
Anni fa (mi costa dirlo, sembra ieri) aprivo per caso un libro che aveva portato in classe la mia compagna di banco. Lo stava leggendo avidamente, e approfittai di un suo momento di pausa per scoprire il segreto di quello che credevo fosse un romanzo. Aprendolo, mi capitò per prima questa poesia:
George Gray Molte volte ho studiato la lapide che mi hanno scolpito: una barca con vele ammainate, in un porto. In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita. Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura; l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti. Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita. E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca. Dare un senso alla vita può condurre alla follia ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio – è una barca che anela al mare eppure lo teme.
Spinta da un ignoto desiderio, divorai tutti i componimenti, che scoprii essere epitaffi (discorsi commemorativi). Ricordo vividamente le mie emozioni da adolescente, ritrovate e rivissute nelle vite dei personaggi dell’Antologia di Spoon River. Edita tra il 1914 e il 1915 a Chicago, curatore dell’opera fu lo scrittore e avvocato Edgar Lee Masters. Al centro della composizione figura un villaggio mai esistito, chiamato dal nome di un fiume che scorre vicino alla città in cui viveva Masters, Lewiston. Si tratta di una raccolta di componimenti in verso libero, epitaffi basati sulle vite dei personaggi “dormienti” di Spoon River. Riprendendo il modello degli epigrammi greci, l’autore ne supera il modello, creando dei racconti emozionanti che riportano in vita i defunti. La loro esistenza viene raccontata sulle lapidi che adornano le tombe del cimitero di Spoon River, senza filtri. Anche se inventate, le esperienze narrate sembrano vere e vive. I ricordi dei morti da individuali e soggettivi diventano collettivi e, potremmo dire, oggettivi: scorrendo le parole che descrivono la vita terrena di George Gray, trovai nella sua mancanza di coraggio un’esortazione a vivere il momento, a rischiare, a non avere paura di buttarmi tra le onde ignote del mio futuro. Tradotta in italiano da Fernanda Pivano, l’Antologia di Spoon River è stata pubblicata in Italia nel 1943, quasi trenta anni dopo la prima pubblicazione americana. Durante il ventennio fascista, infatti, l’atteggiamento libertario della letteratura americana era profondamente osteggiato dal regime. Pivano si avvicinò all’Antologia grazie al supplente di italiano, Cesare Pavese, al ginnasio: «l’aprii proprio alla metà, e trovai una poesia che finiva così: “mentre la baciavo con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso mi fuggì”. Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato: è così difficile spiegare le reazioni degli adolescenti», scrive la traduttrice nell’introduzione all’edizione italiana. Il componimento che Pivano lesse per primo è il magnifico epitaffio di un uomo venuto a mancare in giovane età, Francis Turner:
Io non potevo correre né giocare
quand’ero ragazzo.
Quando fui uomo, potei solo sorseggiare alla coppa,
non bere –
perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Eppure giaccio qui
blandito da un segreto che solo Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe e di pergole addolcite da viti –
là, in quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary –
mentre la baciavo con l’anima sulle labbra,
l’anima d’improvviso mi fuggì.
Fernanda Pivano rimase colpita dalla profonda semplicità di questi componimenti. In un’epoca in cui si voleva raggiungere l’epicità a tutti i costi, in cui la corsa alle armi era considerata l’unica vera vittoria, l’Antologia di Spoon River non poteva che essere un libro proibito: parlava della pace, era contro la guerra e il capitalismo. La celebre traduttrice finì in prigione proprio per via della traduzione in italiano di questo masterpiece, ad oggi punto fermo della tradizione letteraria americana in Italia. Si pensi che De André, anni dopo, scelse nove poesie dall’intera raccolta di Spoon River e scrisse delle canzoni meravigliose, destinate a rimanere negli annali della musica italiana (si parlerà dell’album Non al denaro non all’amore né al cielo nel prossimo articolo).
Recentemente ho trovato una vecchia copia dell’Antologia a casa di una cara amica di famiglia. L’affetto per le note pagine non si è affievolito, anzi, si è accompagnato a nuove prospettive ed esperienze. Eppure, non è assolutamente venuta meno la forza del messaggio veicolato dal libro. Consiglio questa lettura ai sognatori, a chi è disposto a rivivere il passato per affrontare un nuovo futuro. Si vive una volta sola, George Gray e Francis Turner ce lo ricordano: loro non possono più riparare ai loro rimpianti. Noi sì.

2 pensieri su “L’Antologia di Spoon River: la bellezza della semplicità”