Di Camilla Tettoni
Ho letto Cenere, di Grazia Deledda, poco dopo essere andata a visitare la sua casa natale. Nuoro è una cittadina nell’entroterra sardo, a meno di un’ora dal mare. Deledda vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1926, e fu la prima italiana a vincerlo. I suoi romanzi e i suoi racconti spiegano le emozioni ruvide e vere della campagna sarda. Le terre dipinte dalla sua abile penna diventano, da sfondo, protagoniste, e i personaggi acquistano un pieno significato solo perché totalmente e indissolubilmente immersi in quel contesto. Cenere non è da meno: Olì, giovane contadina innamoratasi perdutamente di un uomo sposato, rimane incinta di lui. Cacciata di casa dalla famiglia, dopo aver vissuto alcuni anni in povertà decide di lasciare il figlio fuori dalla casa del padre, così da assicurargli un futuro promettente. Il senso di abbandono e la volontà di chiedere alla madre il perché di questa scelta accompagnano continuamente i tristi pensieri del figlio, Anania. A mano a mano che le pagine scorrono cresciamo con lui, lo sosteniamo nei suoi studi, nell’amore per la bellissima Margherita e intraprendiamo in sua compagnia il viaggio verso Roma, per studiare Legge. Anania cerca tracce della madre ovunque, sogna di riprenderla con sé. Il romanzo scava a fondo nella psiche del ragazzo, favorendo una totale identificazione con il protagonista. Viene naturale non interrompere l’avvolgente lettura del libro, che prosegue tutta d’un soffio fino al finale, inaspettato e coinvolgente. Pubblicato nel 1904, Cenere cela in sé un significato profondo, legato al passato come al futuro. Tutto era e tornerà cenere: sta a chi vive decidere cosa diventare prima di tornare allo stato primordiale. Grazia Deledda vinse il premio Nobel «per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano». La vita sarda è simbolo di arcaicità, ma diviene al tempo stesso allegoria e figura di verità e genuinità. La capacità dei grandi scrittori sta nell’astrarre motivi soggettivi, rendendoli universali, portando così il lettore verso un processo di identificazione. Ci si identifica, provando le passioni e le sventure dei personaggi, per poi astrarsi e trarne insegnamenti: un po’ come la catarsi del teatro. Cenere venne accolto molto positivamente: il regista Febo Mari aveva iniziato le riprese di un film basato sul libro con, come protagonista, Eleonora Duse. L’avvento della Prima Guerra Mondiale interruppe il progetto.
I romanzi di Grazia Deledda non sono favole con alla fine una morale, sono storie di vita vissute da altri, da cui tutti noi possiamo imparare qualcosa. Ho scoperto Deledda casualmente, anni fa. Mi dispiace molto che, pur studiando Lettere, non ho mai avuto occasione di studiarla accademicamente: eppure è la prima donna italiana ad aver ricevuto un premio Nobel. Nata nel 1871 in una famiglia benestante, quarta di sette figli, ha dovuto affrontare apertamente il suo forte desiderio di scrivere, di vivere di scrittura, di andare oltre il compito di moglie e madre che, in quanto donna di fine ‘800, avrebbe dovuto ricoprire. Inviò i suoi primi racconti ad una casa editrice a Roma, Sangue Sardo e Remigia Halder, a soli diciassette anni. Non smise di comporre fino alla morte, avvenuta prematuramente per via di un cancro al seno. Se vi capita di fare un salto in Sardegna, vi consiglio di andare a visitare il borgo di Galtellì, dove Deledda ha ambientato il celebre Canne al vento: è stato organizzato un percorso tematico che ripercorre le vie del romanzo. Se andate a Nuoro, sua città natale, avrete modo di visitare la casa di famiglia (ben tenuta, a due passi dal centro storico) e di osservare targhe con sue citazioni sparse per la città, vicino ai luoghi da lei descritti.
“Ma perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto così? Perché la sorte ci stronca così, come canne?”
“Sì”, egli disse allora, “siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.”
“Sì, va bene, ma perché questa sorte?”
“E il vento, perché? Dio solo lo sa”.
