Di Camilla Tettoni
Abitando vicino al lago di Bracciano, mi reco frequentemente nel borgo di Trevignano Romano. La scorsa settimana, dopo un buonissimo pranzo consumato in riva al lago, mi accorgo di un volantino: “conversation with André Aciman”. La prima volta che ho visto Call me by your name al cinema ho provato una sensazione di continua meraviglia per la storia raccontata. Quando, poi, James Ivory ha vinto il premio Oscar per la migliore sceneggiatura non originale mi sono convinta a comprare il romanzo da cui la storia era tratta. L’incontro con lo scrittore André Aciman, tenuto ieri sera in una cornice a dir poco pittoresca (dalla terrazza abbiamo potuto ammirare uno splendido tramonto sul lago), è stato vivo, interessante. Eravamo molti, ma gli italiani si potevano contare sulla punta delle dita: la maggior parte erano americani o britannici espatriati. L’atmosfera internazionale che si è venuta a creare ha dato adito ad una conversazione libera, aperta e avvincente. Aciman, professore ordinario di Letterature Comparate alla University of New York, non ha parlato di questo suo lavoro, né della sua istruzione (ha conseguito un dottorato ad Harvard), ma della sua vita, delle esperienze che gli hanno dato il “la” per i suoi romanzi e lo hanno reso uno degli autori più venduti al mondo. Aciman, nato ad Alessandria d’Egitto, si è dovuto trasferire a Roma negli anni ’60 del ‘900 per via delle persecuzioni operate nei confronti degli ebrei. Sì, avete capito bene: anni ’60, poco dopo la Seconda Guerra Mondiale. In seguito a qualche anno trascorso nella capitale italiana – tuttora ama follemente Roma – si trasferisce a Parigi. Da lì, l’America, dove vive da una cinquantina d’anni. New York, la grande mela, il sogno americano, le biciclettate a Central Park in primavera: una città piena di stimoli, certamente, però “says Aciman” condizione sine qua non per scrivere è sedersi di fronte ad un muro bianco. Non ci devono essere suggestioni esterne, la creatività deve venire da dentro, i ricordi prendere il sopravvento e le descrizioni, così vivide nei suoi romanzi, non sono altro che immagini riposte nella mente e tirate fuori per gradi: André non descrive dettagliatamente, ci offre una visione soggettiva dei luoghi, dando verità al contesto narrato. Ogni romanzo è ambientato in un posto diverso, così come ogni fase della vita dello scrittore avviene in una differente parte di mondo. Non è patriottico, essendo cosmopolita non ha una patria. Le bandiere, afferma, sono brandelli di stoffa, destinati a logorarsi col tempo. Non sa neanche di preciso quale sia la sua madrelingua; potrebbe essere il francese, ma quando parla in francese ha una pronuncia italiana e viceversa. Non ricerca la purezza del parlato, ma la continuità delle parole: questo perché, ci rivela, la madre era sorda. Quando parlava con lei utilizzava un “baby french”, frasi spezzate e intervallate da gesti.
“Questa è la mia lingua madre ma capite che se la utilizzassi nei miei romanzi non venderei neanche un libro”.
Una costante nei suoi scritti è il richiamo ai cinque sensi, nessuno esclude l’altro, ma il suono è certamente il senso più ricercato: i dialoghi fanno da sfondo a parole che, seppur non dette, riecheggiano nei ricordi o, più banalmente, negli oggetti posti sulla scena. Prendiamo il caso di Call me by your name, unico suo romanzo divenuto film (il sequel, Find me, prima confermato ora è in dubbio per via di alcuni scandali che hanno coinvolto il co-protagonista, Armie Hammer): André ci ha confessato ieri di averlo iniziato a scrivere per noia, perché voleva andare al mare ma era intrappolato nella quotidianità cittadina. Però poi la storia lo ha fatto innamorare, e ogni paragrafo lo incitava a proseguire nella narrazione. Pensa ad una relazione tra Elio e Oliver un po’ per caso, non vuole andare oltre il bacio ma poi si azzarda a scrivere scene erotiche. Un romanzo d’azzardo, potremmo dire, scritto senza pensarci troppo, ha dato vita ad un film candidato a diversi premi Oscar. Una storia semplice, così la definisce, ma proprio per questo diretta al cuore, senza fronzoli che possano creare scudi. L’ha voluta ambientare in Italia per ricordare le estati passate sulle riviere del bel Paese, ha cominciato a scrivere di Elio (interpretato da un magistrale Timothée Chalamet) per rievocare la sua gioventù. Proprio così: il giovane poliedrico, appassionato di lettura e di musica, altri non è che lo stesso Aciman.
Ieri ho avuto la fortuna di conoscere uno scrittore che stimo molto e di apprezzare il suo modo di pensare. Ho solo il rimorso di non avergli detto il mio nome quando mi sono avvicinata per fargli firmare i romanzi che avevo con me, così da avere una dedica personale. Però l’ho trovato molto poetico, devo dire: riflettendoci, quando leggo il libro non sono Camilla, sono André, sono Elio, sono Marzia, sono tutti i personaggi da lui creati. Non è questo il bello dei romanzi? Leggendo viviamo mille vite, e in ognuna portiamo qualcosa di nostro.

Un pensiero su “Un incontro con lo scrittore André Aciman”