“Io capitano”, una non-Odissea. Recensione di un film necessario

Di Camilla Tettoni

Responsabilità.

Questa è la parola che riecheggia in sottofondo per tutto il film.

“Io capitano”, l’ultimo film di Matteo Garrone, vincitore del Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia, è un manifesto chiaro, preciso, privo di significati nascosti. È una rappresentazione, mai idealizzata, del viaggio verso l’ignoto, verso l’Europa, verso la terra dei ricchi, dove due giovani ragazzi senegalesi possono realizzare il proprio sogno di sfondare nel panorama musicale. Di farsi conoscere, di andare sui più grandi palchi europei. Un sogno simile a tanti ragazzi italiani, che vanno in Germania, in Inghilterra, in America, per cercare di realizzarlo. Per Seydou e Moussa, però, non è così semplice. Non possono prendere un aereo, ma sono costretti a imbarcarsi nel lunghissimo e terribile viaggio dei migranti.

Ho letto diverse critiche, che parlano di questo film come di un’ “Odissea” moderna, un viaggio terribile e pieno di tormenti. Credo che non sia la definizione migliore: Odisseo voleva solo tornare nella propria amatissima Itaca, dopo dieci lunghi anni trascorsi combattendo a Troia. Il ritorno è stato periglioso e complicato, ma l’ esilio non era assolutamente voluto dall’eroe. Al contrario, i ragazzi protagonisti del film, e con loro tutti gli altri migranti, si imbarcano in un pericolo così grande – rischiando la vita nel deserto, nelle carceri della mafia libica, nel viaggio sul Mar Mediterraneo su imbarcazioni fatiscenti e prive di scafisti – per allontanarsi dalla terra natìa, per raggiungere la terra promessa. Promessa come l’isola di Circe, piena di inganni e poche possibilità per chi sogna un futuro migliore. Insomma, un esilio desiderato e cercato avidamente. 

Il messaggio che si recepisce dal film è chiaro: l’idealizzazione europea da parte dei due giovani non corrisponde, purtroppo, alla realtà. Questo è un tema quantomai attuale, se pensiamo a ciò che sta accadendo nel dibattito Meloni-Scholz-Macron. La migrazione in Europa è un fenomeno dibattuto, appannaggio delle destre e delle sinistre. C’è chi in questo film ha visto un viaggio inutile, dal momento che che Seydou e Moussa non scappavano da una guerra, c’è chi ha riconosciuto la validità del sogno, in quanto non è la guerra che conta ma la voglia di avere un futuro migliore, così come i tanti giovani europei che cercano migliori possibilità lavorative all’estero. Certamente, è un film assolutamente vero e necessario, ora più che mai.

Personalmente, ciò che mi è rimasto del film è la potenza dello sguardo del ragazzo protagonista, un giovanissimo attore – Seydou Sarr – che ha vinto il Premio Marcello Mastroianni come miglior attore emergente a Venezia. I suoi occhi narrano la paura, il rimpianto, il desiderio, la tristezza, la sofferenza, la forza, il senso di responsabilità che avverte fin dal principio del viaggio. Nei confronti della mamma e delle sorelle prima, del cugino poi, dei migranti che guida sull’imbarcazione in qualità di capitano – non avendo mai guidato un’imbarcazione prima, né sapendo tantomeno come nuotare – alla fine. Una responsabilità che stupisce e attanaglia lo spettatore, facendolo rimanere con l’amaro in bocca. L’amaro di guardare senza poter fare di più.

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