Di Camilla Tettoni
“Dieci Minuti”, l’ultima pellicola di Maria Sole Tognazzi, liberamente ispirata al romanzo Per dieci minuti di Chiara Gamberale, è sorprendente. Una bella pagina del cinema italiano. Una storia intensa, raccontata con una struttura pari a quella di un thriller. Un puzzle che lo spettatore deve rimettere insieme, un pezzo alla volta, per comprendere pienamente i contorni della trama, e tutte le declinazioni dei singoli personaggi.
Ho visto il film al cinema Palma, di Trevignano Romano, recentemente riconosciuto come attività storica del Lazio. Una perla sulla riva del lago di Bracciano, in cui i film proiettati non deludono mai le aspettative dello spettatore. Un vero e proprio cinema d’essays, in cui registi e attori spesso presentano i loro ultimi lavori. Sabato 3 febbraio la regista Maria Sole Tognazzi, insieme ai due protagonisti Barbara Ronchi e Alessandro Tedeschi (coppia nel film e nella vita reale), hanno presentato il film, presenziando poi al dibattito finale. Franco Montini, giornalista professionista e critico cinematografico, presidente del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, ha moderato la presentazione.
Partiamo, però, dal film in sé, per poi arrivare al dibattito finale, in cui le domande di Montini ricalcano quelle che mi ero segnata di porgere alla regista e al cast. “Dieci minuti” racconta di Bianca, appena separata dal marito dopo una relazione lunga diciotto anni. Una vita trascorsa in due, in cui la propria indipendenza e conoscenza di sé è inevitabilmente venuta meno. Dopo diciotto anni trascorsi in simbiosi, riscoprirsi è complicato, e la psichiatra presso cui Bianca è in cura le consiglia di prendersi, prima di ogni incontro settimanale, dieci minuti del proprio tempo per fare qualcosa che non ha mai fatto prima. Mettersi in gioco e rischiare, per riscoprirsi, scoprire passioni scordate o mai conosciute, e rimettersi in gioco nei rapporti umani a lungo sopiti. “Dieci minuti” narra di Bianca e di chi le sta accanto, come la sorella Jasmine (non presente nel romanzo della Gamberale, ma inserita saggiamente nell’intrigante sceneggiatura scritta a quattro mani da Maria Sole Tognazzi e Francesca Archibugi), che al contrario di Bianca è molto sicura di sé. O la psichiatra Giovanna, una figura all’apparenza distante ma necessaria. “Dieci minuti” parla di rinascita, non solo dalla separazione, ma anche da altri fattori che sono a poco a poco svelati nel corso del film.
L’ora e mezza della pellicola scorre veloce. Quando si riaccendono le luci, in sala, siamo tutti commossi. Ci siamo immedesimati in Bianca, l’antieroina per eccellenza. La bravura di Barbara Ronchi, vincitrice – tra gli altri riconoscimenti – del David di Donatello, è innegabile. La regista e gli attori dialogano in sala sul film appena proiettato, sulla necessità di rappresentare personaggi femminili non perfetti, ma veri, verissimi. Raccontano di come, in realtà, la solidarietà femminile talvolta sia solo un mito, le donne tendono più a inneggiare rivalità piuttosto che a stimarsi e a supportarsi, ma la triade della pellicola (con, a prima vista, pochi tratti in comune) è stretta e necessaria. Nel dibattito si discute anche della bellezza della sceneggiatura, di come la storia si concentri su Bianca senza dimenticare il punto di vista del marito, anzi. Gli spettatori comprendono le sue scelte, i suoi motivi. Non è il villain, il cattivo della storia. Semplicemente, la vita accade.
Un’osservazione che avrei voluto fare, ma la timidezza mi ha fermata, riguarda il ruolo della scrittura nel film. Bianca è una giornalista, scrive articoli, ma non ha mai avuto il coraggio di mettere per iscritto una propria storia. Non solo: oltre alla separazione, Bianca viene licenziata. Un periodo durissimo, che dà il preludio al film, ma le permette anche di ritrovare il senso del proprio lavoro, e della propria passione. Una delle critiche che riceve continuamente dall’ (ex) marito, e non solo da lui, è che non si rende conto di nulla. Bianca vive nella sua testa, nei suoi mondi immaginari, nei romanzi che ha letto, nella vita che sogna di avere ma non ha il coraggio di vivere. Il cambio interiore, segnato da tanti avvenimenti, la porterà anche, forse (questa è una mia interpretazione), a trovare l’ispirazione e il senso antico della propria passione, e a riscrivere col cuore, non parole vuote.
“Dieci minuti” lascia qualcosa a chi lo guarda. Un senso di rivalsa, di catarsi, di libertà. Le interpretazioni, ottime, del cast intero – Barbara Ronchi, Alessandro Tedeschi, Fotinì Peluso, Margherita Buy – confluiscono nel raccontare una storia piena e interessante, diretta in modo magistrale da Maria Sole Tognazzi. Ho sempre pensato che un buon film sia come un libro avvincente rappresentato audiovisivamente, di cui seguiamo i capitoli con avidità, senza riuscire a staccarci, a guardare altrove. Questa pellicola parte dal romanzo di Chiara Gamberale, cui si ispira liberamente, per creare un prodotto impattante, forte, e allo stesso tempo tenero. Andate al cinema a vedere “Dieci Minuti”, e fatemi sapere cosa ne pensate.
P.s. il bacino d’acqua che vedete nella locandina del film è proprio il lago sul versante di Trevignano Romano, dove sono state girate alcune scene.
