Di Camilla Tettoni
L’esordio alla regia di Celine Song (per Guillermo del Toro il debutto più sorprendente degli ultimi vent’ anni) è una canzone per l’anima. Una poesia meravigliosa, in cui l’amore e il rispetto disegnano la trama di un’opera importante. Tre personaggi, tre ambientazioni. Nora, Hae Sung, Arthur; Corea del Sud, Canada, New York. In un gioco artistico, quasi teatrale (ricordiamo l’esperienza della regista con il teatro), certamente molto reale, lo spettatore assiste ad una storia in cui il passato torna prepotentemente a far parte del presente.
La trama si sviluppa in tre archi temporali dalla durata di dodici anni l’uno. Al principio della storia ci troviamo nella Corea del Sud, in cui due bambini, Na Young e Hae Sung, sono compagni di scuola e fidanzatini. Le famiglie supportano questa relazione, ma Na Young lascerà la propria terra d’origine a breve. I genitori, artisti, credono di trovare in Canada un futuro più prospero. Na Young si trasferisce, pronta a separarsi dalla sé bambina e a crescere oltre-oceano.
La storia continua dodici anni dopo. Na Young è diventata Nora, il nome occidentale la definisce. Si trova a New York per motivi di studio, e parla coreano solo con la madre. Un giorno, per gioco, ritrova il primo amore, Hae Sung, su Facebook. Tra i due riprende una forte amicizia, segnata da chiamate, dal fuso orario, dalla voglia di tornare l’uno nella vita dell’altro. Non voglio dire di più, ho già detto troppo. Quello che posso rivelare, per dare un contesto a ciò che sto per scrivere nella recensione, è che il film racconta un triangolo amoroso. In modo sorprendente, a mio modesto parere.
“Past Lives” narra un continuo ritorno del passato nel presente, un costante bivio che la protagonista si ritrova ad affrontare. Una trama che sa di letteratura orientale, con un dolce rimando anche alle vite passate, a come – secondo la tradizione coreana – c’è un destino che ci lega, indissolubilmente, a tutte le persone che incontriamo nella nostra vita. Magari, con alcuni di loro avevamo un fortissimo rapporto in una vita passata. Magari, eravamo un uccello che volava e trovava rifugio sempre sullo stesso ramo, ora una essere vivo e vegeto. L’intricata e nostalgica filosofia dell’in-yun ricorre per tutta la pellicola, donando alla storia e alla bravura degli attori un significato più profondo, più nascosto.
Quello che mi è rimasto del film, sta tutto nei lunghi (e silenziosi) sguardi dei personaggi. Nelle parole dette, non taciute, e pesanti come un macigno. Dette tardi, o presto, questo non si sa. A cavallo tra oceani, terre, culture, scrittori e aerei presi con dodici anni di ritardo, lo spettatore si immerge in un’esperienza avvolgente e nostalgica. In cui il tempo scorre in una poesia dal gusto universale, dove il destino compie il paradosso delle peripezie di Achille che, anche correndo veloce per risparmiare il tempo perduto, non riuscirà mai a recuperare la tartaruga di Zenone, andata avanti per la sua strada.
Giustissima la nomination tra i Best Pictures 2024 agli Oscar, ingiusta la mancata nomination della bravissima Greta Lee come miglior attrice protagonista.

2 pensieri su ““Past Lives”, vite passate che sanno di futuro”