Giacomo Matteotti e l’antifascismo

Presentazione del libro “Matteotti dieci vite”, di Vittorio Zincone

Di Camilla Tettoni

La biblioteca comunale di Sacrofano ha organizzato un evento per ricordare il centenario dell’uccisione del Deputato Giacomo Matteotti. Antimilitarista, sindacalista, giurista, giornalista, amministratore locale, Matteotti riuscì, nell’arco della sua breve vita – appena 39 anni – ad imprimere un segno nella Storia. Sia personale, sia pubblica.

Giacomo Matteotti

Matteotti nacque in una famiglia di ricchi proprietari terrieri nel profondo Nord, a Fratta Polesine. Qui, adolescente, cominciò ad interessarsi della condizione dei braccianti, e a combattere per loro, scrivendo articoli riguardanti la loro condizione a partire dalla tenera età di sedici anni. Era un uomo onesto, pignolo. Il giornalista e autore televisivo Vittorio Zincone, scrittore del libro a lui dedicato, “Matteotti dieci vite” (Neri Pozza editore), lo descrive come un meraviglioso rompiscatole. Un uomo che non ha mai accettato ingiustizie, che combatteva – quando era amministratore locale – affinché non ci fossero buchi nel bilancio, uno studente laureatosi in diritto per comprendere appieno i diritti dei lavoratori, un socialista instancabile, un ammiratore e pieno sostenitore della democrazia. Non accettava compromessi, né sottostimava problematiche che riteneva potessero nuocere le persone che proteggeva col suo lavoro.

Fu costretto ad abbandonare Fratta Polesine nel 1921, dopo essere stato seviziato e torturato dai picchiatori fascisti. Il 1921 fu un anno particolare, la rivoluzione comunista in Russia preoccupò fortemente i proprietari terrieri italiani, che cominciarono ad assumere picchiatori fascisti (il partito del fascio alle elezioni del 1919 aveva preso pochi voti, ma le sue schiere cominciavano ad infoltirsi) per far sì che i loro terreni non fossero sfiorati da velleità libertarie. Giacomo Matteotti, come sempre schierato dalla parte della giustizia, provò ad intervenire per far sì che i braccianti non andassero incontro a pene e torture operate da uomini bellicosi, vestiti di nero, pronti a tutto pur di esercitare la violenza. Questa sua lotta portò alla cattura di cui detto sopra, e al suo definitivo esilio dall’amata terra di origine. Era il 12 marzo del 1921, un anno e mezzo prima della marcia su Roma e della definitiva presa fascista dell’Italia. Le violenze fasciste erano già iniziate.

Cortei fascisti

“Credo sia sbagliato dire che il fascismo ha cominciato ad essere un qualcosa da temere e da aborrire solo dal 1938, con le leggi razziali e, poi, con l’entrata in guerra. Non è Hitler che ha reso il fascismo una dittatura, i picchiatori fascisti hanno iniziato le loro opere di sopruso ben prima della marcia su Roma. E quello fu solo l’inizio”, dichiara Zincone. Giacomo Matteotti fu uno dei primi a rendersi conto che il partito dei fasci non era solo un partito conservatore, ma conservava in sé anche i germi di un regime totalitario e dittatoriale. Il 30 maggio del 1924 ebbe il coraggio, in Parlamento, di pronunciare un discorso lungo, accorato, denunciando tutti i misfatti compiuti dal partito fascista e dai suoi adepti a partire dal 1919, culminato nei brogli elettorali di appena pochi giorni prima quel 30 maggio. Le sevizie subite tre anni prima proprio da alcuni membri fascisti non fermarono la voglia di giustizia e democrazia di Matteotti che, invitato a parlare prudentemente, rispose: “Io non parlo né prudentemente né imprudentemente. Io parlo parlamentarmente”. Una dichiarazione forte, di democrazia. Un’invocazione al popolo intero e ai politici, da parte di un uomo consapevole che i capricci di una sola figura politica e della sua schiera possono cambiare il futuro di un Paese intero. E così è stato. Matteotti non era un veggente. Aveva semplicemente studiato, era immerso nella realtà quotidiana e intravedeva segnali terribili di un regime che, favorito dal monarca, si rafforzava sempre di più.

Quello del 30 maggio fu l’ultimo discorso di Matteotti in Parlamento. Il 10 giugno del 1924 venne catturato da quattro fascisti appartenenti alla Ceca, la “polizia” fascista, venne torturato, ucciso, e abbandonato nei pressi di Riano. La sua giacca, piena di sangue, venne trovata proprio nel luogo di Scrofano, oggi Sacrofano, dove si è tenuta la presentazione. “Uccidete pure me. L’idea che è in me non l’ucciderete mai”, disse Matteotti pochi giorni prima l’assassinio.

La bara contenente il corpo di Giacomo Matteotti

Un uomo, un eroe, un padre. Una figura che non ebbe timore di alzare la voce contro i soprusi ben sedici anni prima dell’entrata in guerra dell’Italia, prima dell’alleanza con Hitler, prima delle leggi fascistissime. L’omicidio di Matteotti ebbe una risonanza fortissima in tutta la penisola. Il docente universitario Enrico Menduni ha proiettato delle foto del primo fotoreporter italiano, Pastorel (amico intimo, tra l’altro, di Matteotti): tra queste, una mi ha colpito molto. L’incendio dei giornali pubblicati da “La Stampa”, quotidiano avverso a Mussolini. Dal 1924 la stampa italiana andò incontro ad un forte arresto. Gli articoli dovevano essere approvati dal regime, la libertà di stampa non esisteva più. “L’informazione era controllata da chi, in passato, era stato giornalista e quindi sapeva come muoversi”, afferma Zincone. Mussolini, infatti, anni prima scriveva per l’Avanti, giornale socialista. Ebbene, l’informazione libera scompare, e al suo fianco compaiono due nuovi mezzi propagandistici molto importanti, la radio e l’istituto Luce, di cui ancora conserviamo i filmati.

Il quotidiano satirico “L’Asino” pubblica questa copertina raffigurante Mussolini con la corona per polemizzare la mancata reazione del monarca, Vittorio Emanuele III, nei confronti dell’omicidio di Matteotti

Le foto dei cittadini in protesta contro l’omicidio di Matteotti popolano i quotidiani: il caso Matteotti è il primo per cui vediamo così tante foto. La stampa divenne accessibile anche agli analfabeti, che negli scatti possono assistere all’ingiustizia compiuta; al ritrovamento del corpo, al trasporto della bara, al caricamento di questa su un treno merci direzione Fratta Polesine. Giacomo Matteotti alla fine ci era potuto tornare, ma da morto. In tanti si aspettavano una reazione dal re al terribile omicidio, mai arrivata. Il giornalista Amendola, sul quotidiano Il mondo, a dicembre del 1924 riuscì a pubblicare un memoriale di Cesare Rossi, braccio destro di Mussolini, fino ad allora nascosto. Il memoriale raccontava come erano andati i fatti, chi erano i colpevoli.

“Come funzionava il sistema che condusse alla soppressione dell’on. Matteotti”. La pubblicazione di questo memoriale nel 1924 fu un grandissimo atto di coraggio da parte del giornalista Amendola

Tutto questo, però, non è servito a fermare l’avanzata della dittatura. Matteotti è stato ucciso per aver esercitato il diritto di parola, per aver tentato di svegliare il nostro Paese prima che fosse troppo tardi, divenendo un martire e lasciando dietro di sé tre figli piccoli. Matteotti è un eroe, e lo era anche in vita. I nostalgici del fascismo, chi ad oggi non vuole dire apertamente di essere antifascista, vivono una nostalgia per un periodo in cui non vi erano diritti e chi si opponeva veniva assassinato. E, magari, sono gli stessi che si scagliano contro i Paesi del medio-oriente in cui esistono dittature con gli stessi principi, oggi. I nostalgici del fascismo hanno usurpato il monumento dedicato alla memoria di Matteotti appena due giorni fa. Perché? Perché vandalizzare il ricordo di una figura uccisa prima del tempo? Quale gusto si prova, a compiere – seppure metaforicamente – di nuovo un gesto di damnatio memoriae? “Il fascismo non è un’ opinione, è un crimine”, scriveva Matteotti. E io concordo.

La moglie e i figli di Matteotti

Per concludere, riporto alcune parole di Velia Titta, moglie di Matteotti. I due, prima di sposarsi, furono per anni a distanza, si videro poco ma si scrissero tante lettere, tutte assolutamente simbolo del loro amore, della loro devozione. Nell’ultima lettera che Velia invia al marito, scrive: «Mi è difficile persuadermi che arrivato a questo punto non ti è ammessa alcuna viltà, anche se questo dovesse costarti la vita». Velia morì senza poter vedere l’Italia libera appena pochi anni dopo, nel 1938. Queste le parole scritte alla madre, parlando dell’amatissimo Giacomo, non più in vita:

Madre mia, ero sicura che il compagno della mia vita sarebbe stato lui o nessun altro. Mi ha vinto il fascino della sua vita, mi ha vinto a un modo che più ero lontana e più sentivo di volerlo accanto. Una passione dentro di me, una forza d’amore che prima mi era sconosciuta. Gli ho voluto bene immediatamente ma sapevo che avrei sofferto. Eravamo così diversi, ma a differenza di te con mio padre, queste differenze io non le ho mai subite. Ho sempre saputo di poter vivere liberamente la mia diversità. Io non mi sono mai interessata di politica, ero ben lontana dagli ideali di Giacomo. Io come te prediligo la poesia e l’arte, amo la storia e chiaramente la musica, eredità di famiglia… Ci accomunava il desiderio di trovare per noi un posto tranquillo in cui ascoltarci, amarci. Eppure separati siamo dovuti stare a lungo. La separazione ci spingeva a scriverci ogni giorno. Mi scriveva lettere struggenti. Io non ho mai preteso, anzi nemmeno desiderato, essere il suo pensiero esclusivo; volevo solo essere il suo sostegno, il suo conforto, il suo rifugio, perché ho sempre intuito che una vita di solo amore non sarebbe bastata a un uomo come lui. Era nato per combattere ciò che non riteneva giusto.”

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