Anteprime Festival del Cinema di Roma: Due Film da Non Perdere

Recensioni dei film visti il primo giorno della Festa del Cinema 2024

Di Camilla Tettoni

Ebbene sì, cari lettori. Anche quest’anno il blog va alla Festa del Cinema di Roma. Tante anteprime stampa, premi alla carriera e incontri.

A differenza dello scorso anno, però, in cui ho recensito solo due delle pellicole viste, quest’anno ho deciso di recensirne due al giorno, così che possiate avere più materiale per decidere cosa andare a vedere (o no) al cinema nelle prossime settimane.

Cominciamo, quindi, con i primi due film, visti durante la giornata di apertura della Festa, il 16 ottobre: Nickel Boys e Berlinguer. La grande ambizione.

Nickel Boys (diretto da RaMell Ross)

Film rivelazione, scelto dalla rassegna di “Alice Città” per aprire il Festival, Nickel Boys uscirà nelle sale il 25 ottobre. La trama è ambientata negli anni della segregazione razziale, in un’ America profondamente divisa e ingiusta. Il film si basa sul romanzo “Nickel Boys”, pubblicato nel 2019 dallo scrittore afroamericano Colson Whitehead e vincitore dell’ambitissimo Premio Pulitzer.

Come ho scritto, è un film rivelazione, e un vero e proprio capolavoro, per più motivi. Innanzitutto, per il meccanismo narrativo. Lo sguardo che si ha sulla vicenda narrata è lo sguardo del protagonista, Elwood. Guardiamo il mondo attraverso i suoi occhi, letteralmente. Il suo sguardo sposta lo sguardo della spettatore, in un gioco che permette la rottura della quarta parete. Non si è più solo seduti su una poltrona, nel buio di una sala cinematografica: si è dentro la vicenda, insieme a lui.

Elwood è un bambino sveglio, appassionato di Martin Luther King. Prende ottimi voti a scuola, e a soli sedici anni viene selezionato da un college per afroamericani. Eppure, a causa di un disguido, viene falsamente incolpato di un crimine non commesso, e viene spedito nell’accademia correttiva Nickel Academy, nella Florida sottoposta alle durissime leggi di segregazione razziale Jim Crow. Da qui, lo sguardo di Elwood si incontra e, talvolta, sostituisce, con la prospettiva di Turner, altro ragazzo della struttura. I due diventano inseparabili, in un ambiente ostile e terribile.

La Nickel Academy, infatti, è un luogo in cui punizioni, abusi e omicidi sono all’ordine del giorno. In uno spostamento temporale, lo spettatore vede (sempre di spalle, non sono i suoi occhi a dirigere il nostro sguardo in questo frangente temporale) Elwood che, negli anni ’90, cerca su Internet articoli riguardanti l’accademia in cui è stato rinchiuso da giovane e i primi ritrovamenti di tombe occultate. Putroppo, Nickel Boys non tratta una storia di mera finzione: Nickel Academy altro non è che uno pseudonimo per indicare l’istituto di correzione Arthur G. Dozier School For Boys di Marianna, realmente esistito in Florida. Whitehead, scrittore del romanzo e vincitore di due premi Pulitzer, ha dichiarato che dopo aver letto delle raccapriccianti scoperte degli studenti di archeologia della University of South Florida, i quali hanno portato alla luce un’ottantina di tombe clandestine e più di cinquanta corpi sepolti e non dichiarati, ha avvertito la necessità e il dovere di dare giustizia a tutte le vittime con un racconto veritiero sugli abusi subiti dietro le quattro mura dell’istituto.

Whitehead scrive di un crimine istituzionalizzato, pienamente riconosciuto dal governo degli Stati Uniti. Accademie correttive in cui non si riabilitava l’individuo, ma lo si torturava con frustrate e saune forzate. Ragazzi giovani, sottratti ad una vita comunitaria già di per sé complicata come poteva essere la vita durante la segregazione razziale, e imprigionati da controllori corrotti, crudeli e avidi.

Nickel Boys racconta la storia di Elwood e l’amicizia con Turner; indaga il ruolo del doppio, della fiducia e di un trauma nascosto, quello del razzismo. Il film si prende la responsabilità, così come il libro, di non nascondere il sangue ingiustamente versato. La trama, di cui vi ho raccontato solo il principio, procede per 144 minuti. Un colpo di scena finale vi sorprenderà, così come ha sorpreso me e gli altri presenti in sala per la proiezione – riservata alle anticipate stampa.

Un riconoscimento speciale va ad Aunjanue Ellis-Taylor, la quale interpreta la nonna di Elwood, rendendo vivido l’affetto, la tenacia e la speranza di una generazione nata e cresciuta senza diritti, ma che non si arrende all’idea di un futuro più giusto.

Berlinguer. La grande ambizione (diretto da Andrea Segre)

La sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma era piena per l’anticipata stampa dell’ultimo film di Andrea Segre, con protagonista Elio Germano, in tutti i cinema a partire dal 31 ottobre. Parto dalla fine: mi sono emozionata moltissimo. Non sapevo bene cosa aspettarmi dalla pellicola, come ben sapete i biopic possono essere meravigliosi come discutibili.

Ebbene, Berlinguer. La grande ambizione mi ha stupita. Innanzitutto, per la scelta temporale: si analizzano solo cinque anni della vita di Enrico Berlinguer, leader del Partito Comunista Italiano dal 1972 fino all’anno della sua morte, 1984. Il film ha inizio con il viaggio a Sofia, in Bulgaria, nel 1973, fino ad arrivare al celebre discorso pronunciato alla festa dell’Unità di Genova (davanti ad un milione e mezzo di partecipanti) nel 1978.

Questi cinque anni sono colmi di eventi: le elezioni amministrative, il referendum contro l’abrogazione del divorzio, gli attacchi terroristici in Italia, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Quella che vediamo rappresentata è la storia del nostro Paese negli anni del terrorismo. A svettare è la figura di uomo, di Enrico Berlinguer padre, marito e politico. Un “funzionario grigio”, come lo definisce simpaticamente la moglie Letizia, con in mente un progetto arduo e di complicata realizzazione. Al Berlinguer che da piccolo voleva essere Robespierre, subentra un desiderio di unione politica.

Puntava, con il suo operato, ad un’orizzonte chiaro di stabilità. Da qui la decisione di trovare un’alleanza con la Democrazia Cristiana, di valori pressoché diversi (si ricordi la filippica di Amintore Fanfani contro il divorzio), ma necessaria per unire le sorti di un’Italia la cui democrazia era zoppa e instabile. Al tempo stesso, Berlinguer vuole limitare le ingerenze della Russia in Italia, al tempo ancora Unione Sovietica. Crede fortemente nella libertà dei popoli, e che l’intervento della mano armata sia da avversare. La condanna del colpo di Stato di Pinochet in Cile, descritto all’inizio del film, descrive quel sogno comunista che Berlinguer aveva in mente, ben diverso dalla dottrina di Mosca.

Per due ore il film, con uno stile a tratti documentaristico e giornalistico (vengono proiettate diverse clip risalenti agli anni narrati), vuole restituire agli spettatori la figura di un politico che ha forgiato l’Italia, ricordando anche alcuni lati che tendiamo a dimenticare, come il fatto che Berlinguer fosse assolutamente a favore dell’Alleanza Atlantica. A tal proposito, è interessante vedere l’ingerenza dei servizi segreti americani a ridosso dell’alleanza tra DC e PCI, brevemente rappresentata nel biopic. Berlinguer. La grande ambizione ricorda anche la figura di Moro: paziente, pacato, disponibile e al servizio del popolo. Un eroe la cui morte genera un vulnus profondo nella nostra democrazia, e anche nella persona di Enrico Berlinguer.

Enrico Berlinguer e Aldo Moro alla vigilia del Compromesso Storico, che a causa del rapimento di Moro non verrà portato a termine

Quando si riaccendono le luci in sala, allo spettatore rimangono varie considerazioni: di Berlinguer si viene a conoscere l’integrità, l’intelligenza, il rispetto, la presenza e l’amore. In modo velato, un testamento colmo d’affetto per uno dei padri del nostro Stato odierno, i cui diritti civili risalgono in parte alle sue idee.

Elio Germano è riuscito a restituire voce ad una classe politica che, nella sua interezza, integrità e cultura, non esiste più: la prima Repubblica italiana.

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