Alla scoperta della letteratura dei giorni nostri: “Le cose fondamentali” di Tiziano Scarpa

Di Benedetta Vale

Quando si parla di letteratura contemporanea si pensa subito ad autori come Moravia, Montale o Calvino, ma chi sono gli autori dei giorni nostri, gli “immediatamente contemporanei”? Oggi vi parlo di un autore nato nella Venezia degli anni ’70 del ‘900 che oggi sta collezionando successi con la sua produzione letteraria e drammaturgica; in particolare parlerò di un suo romanzo, più che mai attuale per i temi che tratta: “Le cose fondamentali” è il titolo di uno dei suoi romanzi di successo e il suo nome è Tiziano Scarpa. Dopo aver vinto il Premio Strega col libro “Stabat Mater” (2009), un anno dopo Scarpa pubblica questo romanzo, con cui intende parlare delle “cose fondamentali” dell’esistenza, attraverso la voce di un padre che si rivolge al figlio neonato in una lunga lettera in cui mette a nudo sentimenti, paure, incertezze: un preludio al destino di vedere il figlio crescere e volare via. La lettera è destinata sì a suo figlio, ma al suo figlio adolescente, nel futuro, al figlio per quando avrà quattordici anni…ma perché proprio quattordici? Questa è l’etá – dice il protagonista Leonardo Scarpa – in cui crollano le illusioni infantili, durante la quale il giovane adolescente inizia ad incontrare il lato ombra della vita e le sue difficoltà, al di là delle idealizzazioni di quando si è bambini, ed è anche l’età in cui i figli iniziano ad odiare i genitori per non averli preparati a tutto questo: “Da dove mi viene tutta questa paura di non essere amato, di essere ripudiato da te? Perché ti sto scrivendo? Per non farmi odiare quando diventerai adolescente? Ma è giusto che tu mi odi, deve succedere così. Questo l’ho capito e mi sto rassegnando, con quattordici anni di anticipo. Magari scriverti mi aiuterà a prepararmi. O forse ti scrivo proprio per provocare il tuo odio. Per farmi odiare, sì, ma alle mie condizioni, per un motivo preciso: per colpa di queste parole che ti sto scrivendo e che ti scriverò. Meglio così, piuttosto che non riuscire a capire cosa c’è che non va in me, dov’è che avrò sbagliato, come mai non mi vorrai più bene. Almeno potrò farmene una ragione. Consolante, no?”.  Si tratta di un romanzo dove forma e contenuto si specchiano l’una dell’altro, una poesia nel suo essere narrazione, una penna densa di emotività e di introspezione che descrive, con la saggezza propria della resa alla vita e al destino, l’intricato mondo delle relazioni umane: il legame, il distacco, le differenze e le divergenze, il potere, l’amore, il denaro, il perdono, con un finale che sconvolge, lasciando crollare ogni certezza. La soggettività dell’autore emerge in maniera pura, incontaminata, spudorata nel suo essere pudica e fin troppo personale per non essere anche universale. Racconti di vita del protagonista si intrecciano col suo presente e le sue difficoltà, con le speranze e i timori sul futuro, con il flusso dei suoi pensieri. Oggi più che mai, in un momento di iper-razionalità dell’essere umano, costretto a destreggiarsi tra il mondo digitale e le restrizioni alla vita quotidiana, un autore come Scarpa può rimetterci in contatto con le emozioni e con la spontaneità delle cose fondamentali, può fornirci un nuovo sguardo sulla bellezza – fieramente imperfetta – dell’esistenza. Uno spunto di riflessione, un romanzo catartico, una radiografia sullo scheletro della vita di ciascuno: è possibile trovarci tutto questo, se solo si abbandonano le rigidità e le aspettative di trovarsi davanti ad un romanzo lineare e prevedibile.

Perché siamo fatti così? Quale pudore perbene ci impedisce di tirare fuori le cose che proviamo? E quanto male ci fa soffocarle? Si irrancidiranno a tenerle chiuse dentro di noi? Oppure non vogliamo metterle al mondo per gelosia, per non condividerle, e le cose che non esprimiamo e teniamo tutte per noi ci curano, emettono la loro luce interiore che ci risana, e ci fa da talismano segreto, costruito da noi per noi stessi, che siamo gli unici che possono capirlo senza fraintenderlo, proprio perché non è stato espresso“.

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