Di Camilla Tettoni
La satira, genere letterario inventato dai Latini, utilizzava un registro ironico per puntare il dito sulle contraddizioni presenti all’interno della società. Greco, invece, è il genere della parodia: consisteva nell’imitare celebri opere letterarie, riscrivendole in chiave comica e farsesca. Queste due forme letterarie potrebbero apparire sinonimiche, in quanto simili nell’utilizzo del mezzo comunicativo. In realtà, se l’obiettivo della parodia è di muovere il lettore al riso mediante la riscrittura arguta di un’opera nota, l’intento della satira è pienamente sociale: criticando singoli individui, la satira portava alla luce i problemi della collettività, promuovendo un cambiamento politico, morale e sociale. Ad oggi, basta sfogliare le pagine di un qualsiasi quotidiano per renderci conto di come l’antica satira latina sia tutt’altro che morta. Tuttavia, nessun genere letterario è statico: le parole sono espressioni fortemente legate all’epoca in cui vengono trascritte. Ad un’ evoluzione della società è corrisposta, dunque, un’evoluzione della satira. L’avvento del politically correct ha certamente segnato il cambio di rotta di questo genere. Nato negli ambienti di sinistra americani negli anni Trenta del Novecento, questo orientamento ideologico ha raggiunto una diffusione globale negli anni Ottanta, quando si ritenne fondamentale stroncare le consuetudini linguistiche che potevano risultare offensive nei confronti delle minoranze. Per questo motivo si cominciò a dare grande importanza alla forma e all’essenza delle parole scritte: ogni opinione espressa pubblicamente doveva essere esente da pregiudizi razziali, religiosi, etnici, di genere, di età, di orientamento sessuale, di disabilità fisiche. L’evoluzione della società e le lotte combattute da chi prima non poteva avere voce in capitolo hanno così portato al pieno riconoscimento dell’identità dell’altro, negando quindi la possibilità di ledere l’individuo utilizzando una satira arcaica, ben lontana dal politically correct. È interessante notare quante critiche si siano sollevate contro questa legittimazione: come riporta il sito online della Treccani, “le scelte linguistiche imposte rappresentano spesso una versione nobilitata dell’eufemismo che tende a occultare contenuti sgradevoli; si vedano, ad es., in resoconti mediatici sulla guerra, le locuzioni danni collaterali (collateral damages) per «strage di civili», neutralizzare il nemico per «uccidere», guerra preventiva per «aggressione militare»”. E non solo: questo orientamento ideologico è considerato da molti un freno alla libertà dell’ espressione artistica, un orientamento culturale ipocritamente attento all’altro nella forma ma non nella sostanza. Tali contrarietà non possono d’altra parte negare come, in seguito all’avvento del politically correct, i media siano stati più attenti nel veicolare immagini e parole che potessero risultare avverse all’opinione pubblica, dimostratasi negli ultimi anni molto sensibile a questi temi. Le vignette che un tempo venivano pubblicate sui giornali (sul sito www.eletteedeletti.it si trovano numerosi esempi di immagini satiriche risalenti agli anni Quaranta che, con tono misogino e sessista, rappresentavano le donne in politica alla stregua di uomini barbuti o cortigiane) non sono più accettabili. Il politically correct è diventato un must persino nell’educazione dei bambini: la Disney, il più antico studio di animazione ancora in attività, ha deciso di censurare svariate pellicole – Peter Pan, Dumbo, Gli Aristogatti, Il libro della giungla – per via di espressioni e rappresentazioni ambigue. D’altronde, se guardiamo film prodotti solo qualche decennio fa, incontriamo molteplici esempi di opere cinematografiche lontanissime dall’idea di inclusività e tolleranza veicolati da tale orientamento; ne è un esempio The Party: film del 1968, ha come protagonista il britannico Peter Sellers nei panni di un attore indiano (cfr. brownface).
Arrivata a questo punto vorrei rivolgere una domanda a voi, cari lettori: pensate che il politically correct costituisca una forte limitazione alla libertà di espressione, e che quindi la sua applicazione porti ad una mancata completezza della parola e della creazione artistica, o ritenete che tale orientamento ideologico e culturale sia necessario per apportare una piena inclusività all’interno della nostra società, e che non dovrebbe essere visto come censura ma piuttosto come necessaria fonte educativa per le generazioni future?
