The Brutalist, Il Tempo Che Ci Vuole, Il Portiere Di Notte

Tre film, tre recensioni

Di Camilla Tettoni

Settembre è un mese dal sapore agrodolce. È il ritorno agli impegni quotidiani, a quella sveglia che suona incessantemente, ricordandoci di un’altra giornata di scuola, di lavoro, di ritmi frenetici, ben diversi dalla calma estiva. È il mese in cui tutto ricomincia, anche il cinema. La Biennale di Venezia, quest’anno, si è svolta dal 29 agosto all’8 settembre: dieci giornate di cinema, anteprime e premi.

Questa settimana è stata particolarmente intensa. Oltre ai vari impegni, lavorativi e personali (settembre è anche il mese in cui invecchio di un anno), sono riuscita a ritagliarmi del tempo per andare al cinema ben tre volte. Tre appuntamenti in tre luoghi diversi: martedì 24 settembre ho assistito alla proiezione de Il portiere di notte, diretto da Liliana Cavani, al Cinema Troisi, con un interessante dialogo tra la regista e Jane Campion, premio Oscar. Giovedì 26, al cinema Andromeda, ho partecipato alla prima proiezione de Il tempo che ci vuole, film autobiografico di Francesca Comencini. Infine, venerdì 27, al Giulio Cesare (tutti questi cinema si trovano a Roma, la mia città natale), ho visto l’anteprima di The Brutalist, un film presentato e premiato alla Mostra del Cinema di Venezia, nelle sale italiane a partire dal 25 gennaio 2025.

Riassumere le impressioni di questi tre film in un’unica recensione sarebbe impossibile. È necessario procedere con ordine. Tre film, tre recensioni, un articolo. Buona lettura!

Il portiere di notte (Liliana Cavani, 1974)

Il dialogo introduttivo tra Jane Campion e la regista Liliana Cavani ha saputo illuminare l’ambiguità del film. La confusione iniziale degli spettatori non familiari con la pellicola, che emergeva dalle domande di Campion sui personaggi, sul dottore, sul ballerino e su Max, è sfumata in comprensione e approfondimento man mano che il film procedeva. Cavani ha raccontato di aver avuto l’idea per questa storia dopo aver realizzato un documentario di quattro ore sullo Stato della Wehrmacht, esplorando come la Germania dell’epoca evitasse di parlare dei crimini nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Un senso di vergogna, forse, o di sconfitta.

La trama della pellicola è tutt’altro che banale: Max, un portiere notturno in un albergo tedesco, conduce una vita apparentemente ordinaria, scandita dai ritmi monotoni dei clienti che richiedono il suo aiuto. Tutto cambia quando tra gli ospiti arriva una donna bellissima, accompagnata dal marito direttore d’orchestra. A quel punto, lo spettatore scopre che il tranquillo Max non è altri che un ex ufficiale delle SS, responsabile di crimini durante il conflitto, ora nascosto nel suo ruolo di portiere.

L’ambientazione è il 1957, gli anni del processo di Norimberga, in cui i testimoni permettono la condanna di coloro che contribuirono al genocidio. Max non ha testimoni, tranne questa donna, comparsa all’improvviso. Questo è l’incipit della storia, e non vi svelerò altro perché, a mio avviso, Il portiere di notte è un film che va visto con attenzione. Non aspettatevi una commedia leggera: è un’opera complessa, psicologicamente intensa.

La sua originalità risiede nel punto di vista scelto da Cavani: non quello delle vittime, ma del persecutore, del nazista che cerca redenzione. La guerra compare solo nei ricordi di Max, in cui la donna-vittima era solo una ragazza di cui si era infatuato. Rincontrarla lo spaventa, e da lì in poi niente andrà come previsto. La vicenda assume contorni pittoreschi: Max diventa un eroe romantico, un martire per amore della sua vittima. Vi invito a scoprire come, guardando il film. Definitely worth watching!

Il tempo che ci vuole (Francesca Comencini, 2024)

Questo film autobiografico di Francesca Comencini è un toccante ritratto del suo rapporto con il padre, il celebre regista Luigi Comencini. È un’opera intima, nostalgica, che riesce a commuovere anche solo ricordandola. Francesca ha tre sorelle e una madre, che tuttavia non compaiono mai nel film: la storia è incentrata esclusivamente su lei e suo padre, sul loro legame profondo e sull’amore protettivo che Luigi nutriva per lei. Un amore basato sulla verità: Luigi crede a sua figlia bambina, Luigi crede nei bambini e li protegge.

È un padre presente, il padre delle favole, capace di trasmettere a Francesca la sua passione per il cinema. Anche durante i periodi più difficili, come quando lei adolescente entra nel vortice della droga, Luigi riesce a essere presente senza soffocarla, amarla senza imporsi. Il tempo che ci vuole racconta con delicatezza questo rapporto straordinario, un amore che supera i limiti del tempo e della morte. L’interpretazione di Fabrizio Gifuni è semplicemente magistrale, emozionante. Il film tocca temi profondi, ma con una sensibilità che ho molto apprezzato. È il film che, tra i tre, mi ha colpito di più, per la sua capacità di parlare di sentimenti autentici senza cadere nel melodramma.

The Brutalist (Brady Corbet, 2024)

Presentato in anteprima a Venezia e premiato con il Leone d’Argento, The Brutalist racconta la storia di Laszlo Toth, un architetto sopravvissuto all’Olocausto ed emigrato in America. L’America, per Laszlo, rappresenta il sogno che sfuma in leggenda, un mito infranto da ingiustizie e pregiudizi. Laszlo riesce a esprimere la sua creatività solo quando viene incaricato di progettare un centro creativo in Pennsylvania da un magnate americano. Tuttavia, la sua felicità è continuamente minata dai pregiudizi che lo circondano, dalla mancanza della moglie Erzsebet rimasta in Europa e dall’arroganza del capitalismo americano.

Il film ha una durata di tre ore e mezza, la cui lunghezza si percepisce tutta. La trama procede con un ritmo incalzante e senza vuoti narrativi, riuscendo a trattare molti temi. Si toccano momenti storici importanti, come la nascita dello Stato di Israele e il dibattito tra ebrei sionisti e non sionisti, che appare quanto mai attuale. Adrien Brody e Felicity Jones, nei panni dei coniugi Toth, offrono interpretazioni straordinarie, dando vita a personaggi autentici, spezzati dalle circostanze storiche e sociali. Il film è un racconto di disillusione e soprusi, una riflessione su un dopoguerra più complesso di quanto spesso venga narrato. È una storia che mescola arte e architettura, in cui il modernismo cela il trauma delle camere a gas e del genocidio. L’aspro ricordo di un passato che perseguita il protagonista emerge con forza in ogni scena. Un’opera intensa, che non lascia indifferenti.

Poster americano del film

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