“Primavera”: il debutto cinematografico di Damiano Michieletto tra musica, libertà e rinascita

Di Camilla Tettoni

Presentato in conferenza stampa l’11 dicembre 2025 (e condiviso qui con voi in esclusiva), Primavera segna il debutto al cinema di Damiano Michieletto, regista noto per il suo lavoro teatrale e lirico. Il film, tratto da suggestioni del romanzo “Stabat Mater”, vincitore del Premio Strega, arriverà in sala il 25 dicembre dopo una serie di anteprime – prenotabili su primavera.alcinema.it dal 14 dicembre.

Per Michieletto, questo esordio è prima di tutto un atto di istinto: una fuga dalla comfort zone teatrale verso un territorio che lo incuriosisce e lo destabilizza. Il cinema, dice, era un suo desiderio profondo, un linguaggio che lo accompagnava da sempre come spettatore e come artista. Sul set di Primavera ha trovato una nuova casa: un luogo in cui sentirsi spaesato quel tanto che basta per imparare, sperimentare e scoprire.

Un linguaggio fatto di musica e risveglio

La sceneggiatrice Ludovica Rampoldi racconta l’impresa complessa di trasformare il romanzo, un flusso di coscienza epistolare, in una narrazione cinematografica. Il cuore di tutto è la musica: forza che risveglia, scuote e rimette in moto. Le ragazze dell’orfanotrofio in cui la storia è ambientata, l’Ospedale della Pietà di Venezia, vivono intrappolate in rituali sempre uguali, quasi sedate dalla ripetizione. L’arrivo di un nuovo maestro, don Antonio Vivaldi – interpretato da un magnetico Michele Riondino – cambia tutto: la musica diventa un varco, un invito a desiderare, a sentire, a essere.

Cecilia, la protagonista interpretata da Tecla Insolia, è una ragazza piena di silenzi e ferite, convinta di non valere nulla perché abbandonata. La sua esistenza sembra un ingranaggio, uno di tanti. Ma per la prima volta qualcuno – un maestro, un artista, Vivaldi – la vede per davvero. Insolia racconta il loro come un incontro di anime, un rapporto “complesso e bellissimo” che non scivola mai in territori sentimentali, ma resta sulla linea vibrante di due solitudini che si riconoscono attraverso la musica.

Vivaldi secondo Michele Riondino

Michele Riondino sceglie un’interpretazione sottilissima, quasi in sottrazione. Il suo Vivaldi non è un istrione, ma un uomo in cerca di riconoscimento, segnato dalla solitudine. Sul set, racconta, Michieletto gli ha regalato una libertà rara: grandi spazi in cui recitare, telecamere lontane che custodiscono l’intimità, margini di improvvisazione che hanno reso alcune scene più vive di quanto fossero state pensate.

Il cuore del film sta, poi, nel rapporto con Cecilia: non un percorso romantico, ma una convergenza artistica – la musica come calamita, come laboratorio comune, come scintilla inevitabile.

La costruzione sonora: tra Vivaldi e dialogo contemporaneo

Il compositore Fabio Massimo Capogrosso descrive il suo lavoro come un dialogo “continuo” con Vivaldi. La sua musica non replica il barocco, ma entra sotto la pelle dei personaggi, scavando nelle loro emozioni. La colonna sonora vive in equilibrio con quella diegetica, tra arie, rumori quotidiani, respiri di strumenti. Un lavoro costruito in postproduzione insieme a Michieletto, al montatore Walter Fasano e a una squadra di musicisti d’eccellenza.

Temi, visioni e prigionie

Nel film, Michieletto racconta un mondo femminile in cui la libertà è fragile, quasi sempre punita. Rampoldi vede in Primavera la storia di due prigionieri: Vivaldi, costretto dal proprio ruolo e dalla malattia; Cecilia, confinata in un sistema che le impone il suo destino. L’arte – dicono – non salva, ma apre spiragli: semina un desiderio che spinge altrove, insegna ad andare.

Una produzione che parla anche all’estero

Il film nasce in una cornice internazionale: co-produzione francese, distribuzione Warner, presentazioni ai festival di Toronto e Chicago. Racconta la musica italiana e Venezia con uno sguardo che ha già affascinato pubblico e critica fuori dai confini.

Un debutto che non cerca spettacolo, ma verità

Michieletto, pur venendo dalla lirica, sceglie per il cinema una regia limpida, controllata, che lascia spazio agli attori – molti dei quali abituati alle sue opere teatrali. La fotografia di Daria D’Antonio accompagna questa scelta con eleganza, costruendo un mondo visivo che respira insieme ai personaggi.

Primavera è un film che parla di desiderio, disciplina, libertà, musica come risveglio. Un racconto che invita lo spettatore a crescere insieme alla sua protagonista, senza rivelare mai fino in fondo dove la porterà il suo cammino.

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