Di Camilla Tettoni
L’ultimo turno (titolo originale Heldin) è l’ultimo film della regista svizzera Petra Volpe, da sempre interessata a raccontare storie in cui il cinema diventa anche strumento di riflessione sociale. Dopo Contro l’ordine divino, che ricostruisce con ironia e lucidità l’introduzione tardiva del suffragio femminile in Svizzera, Volpe torna a interrogarsi su un tema urgente e attuale: il lavoro di cura e, in particolare, la condizione degli infermieri all’interno del sistema sanitario.
L’ambientazione è quella di un ospedale svizzero: corridoi bianchi, luce fredda, spazi ordinati e apparentemente impeccabili, quasi isolati dal mondo esterno. Eppure, dietro questa pulizia formale, si nasconde una realtà più dura: un reparto che funziona grazie alla tenuta psicologica e fisica di chi ci lavora. Lo spettatore viene accompagnato per tutta la durata del film dentro un unico turno di lavoro, seguendo la protagonista Floria, infermiera instancabile, interpretata con intensità e misura da Leonie Benesch.

La scelta narrativa è semplice ma potentissima: non c’è bisogno di grandi eventi o colpi di scena, perché è la routine stessa a diventare dramma. Floria si muove senza sosta tra letti e richieste: una donna anziana con demenza senile, un paziente in attesa di un intervento chirurgico, una donna provata da una lunga malattia oncologica, un anziano in fin di vita accompagnato dalla figlia, un uomo che aspetta con ansia una diagnosi che tarda ad arrivare, un paziente benestante che può permettersi una stanza singola e un trattamento più personalizzato. Ogni persona porta con sé un bisogno diverso, e ogni bisogno richiede tempo, energia, ascolto.
È proprio qui che il film colpisce con maggiore forza: nel modo in cui mostra la sproporzione tra ciò che sarebbe necessario per prendersi davvero cura dei pazienti e ciò che il sistema consente concretamente. Floria lavora con precisione, competenza e sangue freddo, ma il reparto è sotto pressione costante: il tempo non basta mai, la stanchezza si accumula, le urgenze si sovrappongono. Volpe costruisce così una tensione progressiva, quasi soffocante, fatta di piccoli imprevisti, ritardi, campanelli che suonano, richieste che aumentano, decisioni da prendere in pochi secondi. L’ospedale, anziché luogo di calma e protezione, diventa un labirinto in cui ogni minuto è una corsa.

La regia accompagna questa sensazione con uno stile essenziale e realistico: la macchina da presa segue Floria da vicino, senza abbellimenti, valorizzando i gesti ripetuti del lavoro infermieristico – somministrare farmaci, controllare parametri, rassicurare, ascoltare, intervenire. In questo modo il film riesce a trasformare una professione spesso percepita come “di supporto” in una centralità assoluta, mostrando quanto l’infermiere sia in realtà la figura che più di tutte sorregge l’esperienza ospedaliera del paziente.
Ciò che rimane impresso, infatti, è la dignità professionale che il film restituisce a questa categoria. Nella nostra cultura l’infermiere viene spesso considerato subordinato, quasi marginale rispetto al medico. L’ultimo turno ribalta questo sguardo: evidenzia non solo l’enorme preparazione tecnica richiesta, ma anche la dimensione emotiva del lavoro, perché curare non significa soltanto eseguire procedure, ma anche contenere paure, rispondere a fragilità, riconoscere l’umanità dell’altro anche quando il tempo incalzante non lo permetterebbe.

Floria non è idealizzata: è competente, sì, ma anche stanca, esposta, vulnerabile. Ed è proprio questa scelta a rendere il film così credibile. Petra Volpe non costruisce un’eroina retorica, ma una donna reale, schiacciata da un sistema che pretende troppo e restituisce troppo poco. La sua presenza continua, il suo sguardo che cerca di non cedere e la sua gentilezza che resiste nonostante tutto diventano il cuore del film.
Ed è qui che la dimensione personale si trasforma in collettiva: perché la storia di Floria non è un’eccezione narrativa, ma il riflesso di una condizione strutturale, che riguarda la sanità contemporanea nel suo complesso. Non a caso, la frase finale del film suona come un vero e proprio monito:
Nel 2030 in Svizzera mancheranno 30.000 infermieri qualificati; la questione è in realtà globale e rappresenta un rischio per tutti.
Con questa chiusura, Volpe allarga improvvisamente lo sguardo: ciò che abbiamo seguito per un intero turno non è solo il racconto della professione infermieristica, ma la rappresentazione di un equilibrio precario che può spezzarsi in qualsiasi momento. L’ultimo turno è quindi un’opera che, con semplicità e rigore, riesce a portare alla luce ciò che il cinema migliore sa fare: rendere visibile ciò che spesso resta invisibile, trasformando un turno di lavoro in un racconto sul valore della cura, sulla fatica di chi sostiene il dolore degli altri e sull’urgenza di riconoscere – anche culturalmente – la centralità di chi ogni giorno tiene in piedi la sanità.
E lascia lo spettatore con una domanda inevitabile: se mancheranno gli infermieri, chi sarà in grado di portare avanti il loro rigoroso, stancante ed empatico lavoro?
