“La Sposa!”: Rilettura Contemporanea di Frankenstein

Di Camilla Tettoni

Al centro del film La Sposa! (titolo originale: The Bride!) c’è una domanda semplice solo in apparenza: chi sono davvero i mostri? Quelli che appaiono tali, segnati nel corpo e nello sguardo, oppure coloro che, perfettamente integrati nella società, si comportano in modo mostruoso?

Il film, scritto e diretto da Maggie Gyllenhaal, riprende l’immaginario nato dal romanzo Frankenstein di Mary Shelley e lo rilegge attraverso uno sguardo contemporaneo. Non si tratta di un semplice adattamento o di un aggiornamento estetico del mito: La Sposa! utilizza quel materiale narrativo per interrogare il presente, la violenza delle strutture sociali e il modo in cui il potere definisce chi è degno di essere considerato umano.

L’etichetta di “horror” con cui il film viene spesso presentato risulta in realtà riduttiva. Chi non ama il genere potrebbe essere scoraggiato, ma si tratterebbe di un errore. L’elemento horror qui è marginale: il film contiene qualche momento di violenza esplicita, concentrato in un paio di scene, ma non costruisce mai la paura come motore narrativo. Non è un film che cerca di spaventare lo spettatore. Al contrario, scena dopo scena, costruisce qualcosa di molto diverso: un crescente sentimento di empatia e affetto verso le sue creature.

Quei “mostri” che popolano il racconto non sono, in fondo, mostri. Sono figure isolate, marginalizzate, respinte da una società che non tollera la diversità. La loro esistenza è segnata da un continuo processo di esclusione: vengono osservati, giudicati, definiti dall’esterno. Le azioni che compiono – anche quelle più violente – non nascono da una natura malvagia, ma si configurano come una conseguenza delle violenze e delle ingiustizie subite. Il film suggerisce con forza che la mostruosità non risiede nella deformità del corpo, ma nella brutalità dei comportamenti e delle strutture sociali.

Uno degli aspetti più riusciti e affascinanti dell’opera è tuttavia il modo in cui sviluppa il tema femminile, rendendolo il vero cuore del racconto. In La Sposa! le donne non occupano una posizione marginale: sono il centro della narrazione e, soprattutto, il luogo da cui emerge la resistenza all’ingiustizia.

Cortesia di IMDb

Le figure femminili appaiono come voci che si oppongono all’oppressione, spesso isolate ma unite da una consapevolezza comune. Il film mette in scena diverse forme di intelligenza e di ribellione femminile, ognuna incarnata da personaggi differenti.

C’è la detective Myrna, interpretata da Penélope Cruz, una figura lucida e determinata che la società continua a sottovalutare. Il suo ruolo investigativo diventa anche il simbolo di una lotta per essere presa sul serio in un mondo dominato da uomini che cercano costantemente di ridurre la sua autorità.

C’è poi la dottoressa Euphronius, interpretata da Annette Bening, incarnazione della genialità scientifica e della curiosità intellettuale. Il suo sapere rappresenta una forma di potere che il contesto sociale tenta di limitare o controllare, ma che nel film emerge con forza come strumento di emancipazione.

A queste figure si affianca la dimensione creativa incarnata da Jessie Buckley nei panni di Mary Shelley. La presenza dell’autrice stessa diventa un gesto metacinematografico significativo: il film riconosce l’origine femminile del mito di Frankenstein e la restituisce alla sua dimensione più radicale, quella di una riflessione sulla creazione, sull’identità e sull’esclusione.

Sempre Buckley – con l’immensa bravura che la contraddistingue – dà vita anche a Ida e Penelope, personaggi che rappresentano la ribellione più esplicita contro i veri mostri della società. Attraverso di loro il film mostra donne che rifiutano il ruolo passivo a cui vengono destinate. Sono figure a cui si tenta di togliere potere, parola, autonomia. E proprio per questo la loro presenza diventa un atto di resistenza.

Cortesia di IMDb

In La Sposa! le donne non sono semplicemente personaggi: sono forze narrative. Ognuna di loro esprime una forma diversa di opposizione all’ordine stabilito, ma insieme costruiscono un fronte comune contro l’oppressore. Il film mostra con chiarezza come la società cerchi sistematicamente di ridurre il loro spazio di azione e la loro voce. E mostra, allo stesso tempo, come quella voce riesca comunque a emergere, a rafforzarsi, a trasformarsi in rivolta.

Questa prospettiva contribuisce a ribaltare completamente il paradigma del racconto. Se nel mito tradizionale la creatura era l’elemento perturbante, qui la vera inquietudine nasce dal funzionamento della società stessa. Le istituzioni, le gerarchie e i rapporti di potere diventano il luogo in cui si manifesta la vera mostruosità.

Il risultato è un film che utilizza il linguaggio del fantastico per parlare di temi profondamente umani: l’esclusione, la solitudine, la ricerca di riconoscimento e il desiderio di libertà. Il tono oscilla tra tragedia, romanticismo e ribellione, ma mantiene sempre una forte dimensione emotiva.

Alle spettatrici e agli spettatori, al termine della proiezione, resta soprattutto una sensazione: quella di essersi affezionati a creature che la società definisce mostruose ma che, in realtà, appaiono tra le figure più umane del racconto. Non sono mostri: sono individui soli in un mondo che li respinge perché diversi, perché non conformi, perché impossibili da controllare. Da lodare anche la performance di Christian Bale: il suo Frankenstein riesce ad incarnare perfettamente questo concetto.

La Sposa! è, quindi, molto più di un film di genere. È una riflessione sulla violenza sociale, sull’identità e sul potere della ribellione. Un’opera intensa, stratificata e profondamente emotiva che riesce a trasformare un mito classico in qualcosa di nuovo e sorprendentemente attuale.

Una storia potente, capace di lasciare un segno duraturo e, forse, destinata a entrare nella storia del cinema.

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