Intervista ad Alessio Del Donno, regista di “Ekstasis”

Di Camilla Tettoni

Alessio Del Donno è un artista originario di Benevento e attivo a Bologna. Regista, documentarista e street artist, Del Donno porta avanti una ricerca che si muove tra cinema, musica e arte urbana, con un approccio libero e profondamente interdisciplinare.

Dal 2013 è attivo anche nel campo musicale, affiancando alla produzione sonora un interesse costante per il linguaggio cinematografico, coltivato fin dall’adolescenza. Dopo una lunga esperienza tra cortometraggi, videoclip e animazione in stop motion, il suo lavoro si è progressivamente spostato dal cinema di finzione al documentario, inteso come forma più diretta e necessaria di confronto con la realtà.

Oggi è con noi per parlare di Ekstasis, un lungometraggio documentario realizzato tra le strade di Bologna durante il periodo del coprifuoco pandemico del 2021.

Poster

Partirei dall’aspetto produttivo di Ekstasis. Avete girato interamente durante le notti di coprifuoco del 2021, in un contesto estremamente limitato e controllato. Quanto è stato complesso lavorare in quelle condizioni e in quale modo il “permesso speciale” ha influenzato il vostro sguardo sulla città?

È stato complesso, ma in un modo particolare. Eravamo in un periodo in cui nessuno poteva uscire di notte e la spinta iniziale era soprattutto esplorativa: volevamo attraversare un tempo negato, sospeso, quasi invisibile.

Il “permesso speciale” in realtà era un’autocertificazione in cui dichiaravamo di stare girando un film. Formalmente aveva poco valore, ma non era una menzogna: stavamo davvero facendo un film, solo che non aveva ancora una forma definita né una finalità produttiva.

L’idea era uscire poco prima dell’inizio del coprifuoco e restare fuori fino all’alba. Dentro quel limite temporale osservavamo ciò che accadeva. Il film è nato così, notte dopo notte, tra marzo e luglio 2021. Non in modo continuo, ma come una presenza intermittente e immersiva nella città.

Crediti Alessio Del Donno

Nel film emerge una pluralità di voci e di situazioni. Le strade vuote di Bologna diventano uno spazio quasi mentale. La struttura narrativa era già pensata o è emersa in montaggio?

La struttura è nata soprattutto in fase di riorganizzazione del materiale.

Avevo delle intuizioni già durante le riprese, ma la forma finale si è chiarita solo nel momento in cui ho rivisto tutto. L’idea di raccontare il film come un’unica lunga notte è venuta quasi naturalmente, perché rispecchiava anche la nostra esperienza reale: un ciclo che va dalla vigilia del coprifuoco fino all’alba.

Da lì è nato un lavoro di costruzione molto preciso, quasi grammaticale. Alcuni elementi sono diventati ricorrenti e fondamentali: gli animali che attraversano la città, le scritte sui muri, i cartelloni pubblicitari, le luci intermittenti, i passaggi delle forze dell’ordine.

Tutto questo ha costituito una sorta di alfabeto visivo. Anche il vuoto e il silenzio sono diventati elementi narrativi. Bologna, in quel periodo, era un organismo sospeso: ogni dettaglio sembrava appartenere a una dimensione temporale precisa e irripetibile.

Le immagini sono rimaste a “fermentare” per tre anni prima di diventare film. Cosa vi ha fatto capire che quel materiale parlava ancora al presente?

All’inizio era quasi una presenza fantasma: un hard disk pieno di immagini che non riuscivamo a guardare.

Dopo la fine di quel periodo, nessuno aveva davvero voglia di tornare su quel materiale. Poi, col tempo, rivedendolo, ci siamo accorti che non era affatto chiuso nel passato. Parlava ancora, e forse parlava proprio di ciò che stava accadendo nel presente.

C’era un filo sotterraneo tra quel momento e ciò che stava emergendo nel mondo occidentale: nuove tensioni politiche, l’avanzata delle destre, una trasformazione sociale profonda.

Recuperare quelle immagini significava confrontarsi con un grande rimosso collettivo. Non solo personale, ma condiviso. Ed è proprio questa dimensione collettiva che ha dato senso al ritorno su quel materiale.

Crediti Alessio Del Donno

Il film restituisce un forte senso di straniamento, quasi una “allucinazione collettiva”. Quale tipo di esperienza volevi generare nello spettatore?

Più che raccontare un evento, volevamo far percepire un tempo.

Il film nasce anche da un’esperienza della notte come stato percettivo alterato: dormiveglia, vuoto, silenzio, improvvisi incontri. Tutti elementi che possono generare una sensazione di sospensione.

Il periodo del Covid aveva già di per sé una qualità quasi onirica. Per molti il tempo è stato dilatato, per altri compresso. Questa ambiguità ci interessava molto.

L’idea non era forzare lo straniamento, ma lasciarlo emergere dal materiale stesso. Il presente era già straniante. Noi ci siamo limitati a osservarlo.

Il film sembra interrogare anche il ruolo del cinema documentario nella memoria collettiva. Pensi che abbia una responsabilità in questo senso?

Dipende da come lo si usa.

Viviamo in un’epoca di accumulo continuo di immagini, ma questo non significa automaticamente produzione di memoria. La quantità non coincide con la responsabilità.

Il documentario ha senso quando riesce a entrare in relazione con il proprio tempo e con la collettività. Non quando si limita a registrare.

Per me è importante che ci sia sempre una distanza critica: non basta mostrare, bisogna capire cosa significa restituire quelle immagini al presente.

Crediti Alessio Del Donno

Il film si chiude con la fine del coprifuoco e la vittoria dell’Italia agli Europei. È stata una vera liberazione o solo una parentesi?

La descriverei come una pentola a pressione.

Dopo mesi di tensione, isolamento e attesa, tutto è esploso insieme. È stato un momento surreale, quasi irreale, soprattutto per chi aveva vissuto le notti precedenti nel silenzio totale.

La vittoria agli Europei ha rappresentato una liberazione collettiva, ma anche uno spostamento improvviso di narrazione. Dopo il Covid è arrivata la guerra, e il contesto è cambiato di nuovo.

È stato un passaggio emblematico, anche perché mediato dal calcio, che in Italia ha sempre un valore simbolico molto forte.

Su cosa stai lavorando ora? Continuerai tra documentario e sperimentazione?

Sì, siamo in continuità con Ekstasis. Con il collettivo Zauber – potete seguirci su Instagram: zauber.doc – stiamo lavorando da anni a un nuovo progetto, Plutone in Acquario, un film a metà tra documentario e finzione.

Sarà un road movie attraverso l’Italia, costruito attorno alla ricerca di un amico scomparso. Dentro ci sono temi legati alla spiritualità, all’astrologia, alla cartomanzia e anche ai megaliti come elementi simbolici e archetipici.

È un progetto molto libero e indipendente, che richiede tempo e modalità produttive non convenzionali. Ma per noi questo è anche uno spazio di libertà creativa fondamentale.

Fotogrammi liberamente tratti da “Ekstasis”

Per chi si trova a Roma, sarà possibile vedere il film l’8 maggio 2026 in occasione della rassegna “Dammi Amore Meglio Subito” (spesso abbreviata in “Dammi Amore”), presso il Casale Podere Rosa, in via Diego Fabbri.

Credits:

EKSTASIS – Notti di coprifuoco [2025, ITA]

Regia: Alessio Del Donno
Scrittura/Montaggio: Alessio Del Donno, Mattia Depalo
Fotografia: Alessio Del Donno, Mattia Depalo, Luisa Raheli
Supporto montaggio: Simone Capozzi
Genere: Non-fiction/documentario
Durata: 00:57:10
Produzione: ZAUBER

Lascia un commento