Di Camilla Tettoni
Questo è stato il mio quarto anno alla Festa del Cinema di Roma. Il primo, però, in cui i film hanno – letteralmente – superato ogni mia aspettativa. La programmazione ha riunito artisti internazionali e nazionali, esordi degni di nota, opere premiate a Cannes e film presentati in anteprima proprio a Roma. Ho avuto la fortuna di vedere tante pellicole capaci di emozionarmi e di raccontarle grazie a Cinefilos.it. Vi lascio qui il link per recuperare le mie recensioni: https://cinefilos.it/autore/camilla_tettoni
Ci sono, però, due film ai quali ho deciso di dedicare uno spazio speciale su questo blog. Due opere importanti, per ragioni diverse: Fjord, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes, e La bola negra, il film di Javier Calvo e Javier Ambrossi che ha conquistato il premio per la miglior regia, ex aequo, sulla Croisette e che rappresenterà la Spagna agli Oscar 2027 nella categoria miglior film internazionale.
Ho visto La bola negra ieri e, a distanza di ventiquattr’ore, non riesco a smettere di pensarci. Prima di entrare in sala avevo sentito due pareri diametralmente opposti: c’era chi lo definiva sopravvalutato e chi, al contrario, lo riteneva bellissimo. Sono entrata, dunque, senza pregiudizi, con uno sguardo neutrale e senza sapere davvero che cosa aspettarmi. Forse, a essere sincera, non mi aspettavo niente. E oggi mi ritrovo qui, con gli occhi ancora pieni delle immagini viste ieri, il cuore gonfio e le lacrime ormai esaurite. La bola negra non è semplicemente un dramma: è un testamento letterario, storico e artistico. Un’opera che parla al passato senza smettere di interrogare il presente e di rivolgersi al futuro, ricordandoci che le storie non finiscono necessariamente quando finisce la vita di chi le ha vissute e che ciò che viene cancellato può, un giorno, tornare a parlare.
Prima di proseguire, cari lettori, permettetemi una precisazione: più che una recensione tradizionale, questo articolo vuole essere un’analisi personale di ciò che ho visto e delle riflessioni che il film mi ha ispirato. Non entrerò nei dettagli della trama che possano rovinarvi la visione ma, se siete tra coloro che preferiscono andare al cinema a scatola chiusa, vi consiglio di fermarvi qui. Salvate l’articolo e tornate a leggerlo dopo aver visto il film: sarà bello confrontarci e scoprire se anche voi avrete provato le stesse emozioni.

Credo che una delle sfide più complesse per il cinema sia rappresentare la Storia, quella con la S maiuscola: la Storia che ci ha formati, che ha contribuito a definire le nazioni e a costruire il mondo in cui viviamo. È un territorio narrativo già ampiamente esplorato, in cui il rischio di ripetere immagini, situazioni e formule è sempre presente. Eppure, ogni storia è diversa, perché diverso è lo sguardo di chi la racconta; ogni opera può restituirci una prospettiva inedita sul passato e, proprio attraverso quel passato, aiutarci a comprendere meglio il presente. La bola negra riesce a farlo in una maniera che ho trovato straordinariamente delicata: malinconica, intima, quasi timida nel modo in cui si avvicina alle ferite della Storia. È un omaggio a Federico García Lorca, alla sua opera teatrale incompiuta da cui il film prende il titolo e, soprattutto, alla sua persona.
I registi Javier Calvo e Javier Ambrossi, conosciuti come Los Javis, raccolgono l’eredità di quell’opera rimasta frammentaria e immaginano ciò che avrebbe potuto diventare, restituendo nuova vita alle parole, all’universo artistico e alla memoria di uno degli autori più importanti della letteratura spagnola. Ed è proprio qui che risuonano i versi di Lorca, quelli di El amor duerme en el pecho del poeta, una poesia che nel film assume un significato profondissimo: «Tú nunca entenderás lo que te quiero / porque duermes en mí y estás dormido. / Yo te oculto llorando, perseguido / por una voz de penetrante acero». «Non capirai mai quanto ti amo, perché dormi dentro di me e sei addormentato. Ti nascondo piangendo, perseguitato da una voce d’acciaio penetrante». Sono versi che mi hanno colpita particolarmente, perché racchiudono una forma d’amore che non può essere vissuta liberamente, un sentimento costretto a rimanere nascosto, perseguitato da una società che non è pronta ad accoglierlo. L’amore dorme nel petto del poeta, custodito in uno spazio intimo e fragile, mentre fuori incombono il giudizio, la repressione e la paura. Eppure, anche quando non può essere pronunciato ad alta voce, continua a esistere.
È proprio questa la suggestione che attraversa La bola negra: l’amore che sopravvive alla repressione, che viene negato e nascosto, ma che continua a vivere nella memoria, nelle parole e nelle opere di chi ha avuto il coraggio di sentirlo. Un amore che la Storia ha tentato di mettere a tacere, senza riuscire a cancellarlo del tutto. Perché le parole possono essere interrotte, le opere lasciate incompiute e le vite spezzate, ma ciò che è stato amato continua a cercare una voce. E il cinema, in questo caso, gliela restituisce.

Tre uomini, tre epoche, tre destini apparentemente distanti eppure profondamente legati. Le vicende si sviluppano attraverso tre momenti della storia spagnola – il 1932, il 1937 e il 2017 – e intrecciano passato, presente e futuro in un racconto in cui la speranza non nasce dal nulla, ma affonda le proprie radici in ciò che è venuto prima. Al centro di tutto si trova un filo rosso che attraversa le vite dei protagonisti: l’amore, il desiderio, l’omosessualità, l’amicizia, la resistenza, il fascismo e l’arte, capace di sopravvivere ai tentativi di distruggerla. Sullo sfondo c’è una Spagna ferita dalla guerra civile, un Paese in cui cittadini appartenenti alla stessa comunità si ritrovano su fronti opposti e finiscono per combattersi, mentre l’ideologia trasforma il vicino in un nemico e la differenza in una colpa. È un mondo in cui persino la memoria rischia di diventare vittima del conflitto, e in cui un’opera teatrale può scomparire, essere dimenticata, riemergere e trovare finalmente qualcuno disposto ad ascoltarla.
La vicenda personale e artistica di Lorca rende tutto questo ancora più doloroso. Il poeta fu assassinato nell’agosto del 1936, nel corso delle prime settimane della Guerra civile spagnola, da uomini legati al fronte nazionalista. Le circostanze precise della sua morte sono ancora oggetto di approfondimento storico, ma la sua vicinanza agli ambienti repubblicani, le sue idee progressiste e l’omofobia del contesto in cui visse sono elementi fondamentali per comprendere le persecuzioni che segnarono la sua esistenza e la sua memoria. La sua omosessualità, il suo antifascismo e la sua libertà intellettuale fanno parte di una storia più ampia di repressione e di vite costrette al silenzio.
La bola negra parte anche da questa ferita e dall’esistenza di un’opera incompiuta: non pretende di restituire una verità definitiva su ciò che Lorca avrebbe scritto, ma prova a immaginare le possibilità rimaste sospese, le parole che non hanno avuto il tempo di essere pronunciate e le vite che avrebbero potuto trovare spazio sulla pagina. Attorno a questa eredità si sviluppano le storie dei tre protagonisti, legate dalla sessualità, dal desiderio, dal dolore e da una memoria che attraversa le generazioni. A dare corpo a questo intreccio è un cast che ho trovato particolarmente intenso: Guitarricadelafuente interpreta Sebastián, Miguel Bernardeau veste (magnificamente) i panni di Rafael Rodríguez Rapún, Carlos González interpreta Alberto e Milo Quifes è Carlos. Accanto a loro troviamo Lola Dueñas nel ruolo di Teresa, Penélope Cruz in quello di Nené, Glenn Close nei panni di Isabelle e Julio Torres in quelli di Juan Pablo. Le interpretazioni danno voce a personaggi che, attraverso le proprie esperienze, ci costringono a interrogarci sul significato della vita e della morte, sul peso degli ideali, sulla possibilità di scegliere chi essere e sul senso della giustizia. La presenza di Rafael Rodríguez Rapún, figura realmente esistita e legata sentimentalmente a Lorca, rende ancora più sottile il confine tra storia e immaginazione; altre vicende, invece, sono rielaborate dai registi per dare forma a possibilità narrative che la Storia non ci ha restituito.
E allora mi sono chiesta: chi ha il diritto di stabilire quali vite meritino di essere raccontate? Chi decide quali amori siano legittimi e quali debbano essere nascosti? E che cosa rimane di una persona quando il mondo cerca di cancellarne l’esistenza? Sono domande che il film non affronta con la pretesa di offrire risposte semplici, ma che lascia sedimentare nello spettatore anche dopo i titoli di coda. La bola negra nasce inoltre dal dialogo con La piedra oscura, la pièce teatrale di Alberto Conejero che ha rappresentato uno dei punti di partenza del progetto dei registi. È proprio in questo legame tra teatro, cinema e letteratura che, a mio avviso, risiede una delle intuizioni più riuscite dell’opera: utilizzare il frammento di una storia mai compiuta come elemento di raccordo tra esistenze ed epoche differenti. Le tre linee narrative si richiamano a vicenda, trasformando la vicenda dell’opera di Lorca in un percorso di perdita, ricerca e riscoperta. Il passato non viene semplicemente ricostruito, ma riaperto, affinché ciò che è stato taciuto possa finalmente essere ascoltato. L’opera incompiuta diventa così molto più di un riferimento culturale: è il simbolo di tutte le vite interrotte, di tutte le possibilità negate, di tutto ciò che la Storia ha lasciato indietro e che le generazioni successive hanno il dovere di recuperare.

È una scelta narrativa che mi ha emozionata profondamente, perché ricorda che anche ciò che non è stato portato a termine può lasciare un’eredità, che anche un frammento può contenere un universo e che, talvolta, sono proprio le domande rimaste senza risposta a permetterci di comprendere meglio chi siamo. È difficile spiegare quanto mi abbia colpita questa scelta senza ricorrere a parole che rischiano di sembrare eccessive. Eppure, mentre scrivo, sento ancora l’emozione di ieri. Ci sono film che ci coinvolgono mentre li guardiamo e altri che continuano a “proiettarsi” dentro di noi quando siamo già tornati a casa, quando le immagini riaffiorano senza preavviso e ci accorgiamo che una scena, un gesto o una parola hanno trovato un posto nella nostra memoria. Per me La bola negra appartiene alla seconda categoria.
Alcuni lo hanno definito sopravvalutato. Io non sono d’accordo. In un tempo che corre velocissimo, in cui tutto sembra dover essere immediato, spiegato e consumato nel giro di pochi istanti, questo film sceglie di andare a fondo. Si prende il tempo di attraversare epoche diverse, di dare spazio alle contraddizioni dei personaggi e di raccontare temi che richiedono sensibilità, coraggio e una profonda consapevolezza artistica. È un’opera che chiede allo spettatore di fermarsi, di ascoltare e di lasciarsi attraversare dal dolore altrui. Ed è proprio in questa capacità di parlare a sensibilità diverse che La bola negra supera i confini della cultura spagnola per abbracciare una dimensione universale, che appartiene anche a noi italiani. Perché il fascismo non è una ferita soltanto spagnola: è una pagina della nostra Storia che conosciamo da vicino, una memoria che ci riguarda e che ci ricorda quanto possano essere fragili la libertà e i diritti quando l’odio diventa ideologia. Un legame reso ancora più significativo dalla presenza di Lorenzo Zurzolo, attore italiano che interpreta un ruolo importante nel film e contribuisce a creare un ponte tra le due culture. Perché, al di là dei confini e delle epoche, il bisogno di essere riconosciuti, amati e ricordati appartiene a tutti noi. E l’arte, quando riesce a compiere questo miracolo, smette di essere soltanto rappresentazione e diventa una forma di resistenza: all’oblio che cancella, alla censura che impone il silenzio, alla violenza che reprime e a ogni tentativo di decidere chi abbia il diritto di vivere liberamente e chi, invece, debba nascondersi.
Ecco perché La bola negra mi sembra molto più di un film su Federico García Lorca o sulla Guerra civile spagnola: è un’opera che ci ricorda quanto sia importante custodire le storie degli altri, soprattutto quelle che qualcuno ha cercato di mettere a tacere. Non vedo l’ora di tornare al cinema per rivederlo, questa volta con la consapevolezza di ciò che mi aspetta e con il desiderio di cogliere nuovi dettagli, nuove sfumature, nuovi significati. La bola negra arriverà nelle sale italiane il 14 gennaio 2027; fino ad allora, continuerò a pensare alle sue immagini, alle vite che racconta e a quella storia incompiuta che, grazie al cinema, ha trovato un nuovo modo di parlarci. Perché forse è proprio questo il senso più profondo dell’arte: non impedire che le storie finiscano, ma fare in modo che non vengano dimenticate.


